Covid feroce in periferia: la doppia sfiga degli sfigati

21 Dicembre 2021

La novità è che non siamo uguali nemmeno nella paura di morire. Perché c’è una quota di quasi esenti e una di proscritti nel gorgo infernale del Covid. Nulla che non si sapesse già. Ma fa ugualmente impressione misurare il virus secondo la quantità di euro nel portafogli. Chi ne ha pochi si ammala di più, chi ne possiede molti spesso lo scampa.

L’ingiustizia sull’ingiustizia, che in questo caso appare come la diseguaglianza al cubo, è stata misurata da tre accademici, Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tommasi, che hanno diviso Roma in sette fasce (“le sette Rome”) numerando per ciascuna l’indice di contagio. Che sale, fino a perdersi in cielo, tra gli ultimi delle borgate più difficili e più esterne alla cintura urbana.

Nei 14 mesi radiografati (tutti i dettagli sul sito mapparoma.info) la malattia subisce un declino in diretta proporzione con la vicinanza al centro storico. I contagiati di Torre Angela, per esempio, sono in media 925 su 10mila, ma si riducono a 809 su diecimila appena entrati nel Tiburtino, quartiere periferico ma con una identità sociale e una base economica meno fragile, si riduce ancora di più al Prenestino (760 ogni 10mila abitanti) fino ai 593 dei Parioli, quartiere bene della Capitale.

La ricchezza non solo costruisce più solide difese immunitarie (c’è un eccesso di diabete, obesità e malattie cardiovascolari nelle fasce povere) ma riduce le probabilità di contatto con il virus. I lavori più umili (rider, magazzinieri, camerieri, cassieri) non contemplano lo smart working e spesso neanche le misure di distanziamento sul luogo di lavoro sono osservate. Cosicché la pandemia che è tagliola economica per le fasce più deboli diviene anche, nei confronti dello stesso ceto sociale, più aggressiva e mortale.

Il Covid non livella la società, non restituisce a tutti la medesima paura. Alcuni li lascia in salotto e magari anche con la mascherina. Altri, tanti altri, li spinge fuori dalla porta e amen.

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