Rischia di passare sotto silenzio la nuova pratica di giustizia fai da te inaugurata dall’Eni con la richiesta indirizzata al quotidiano Domani di versare 100mila euro entro una settimana, quale indennizzo provvisorio per un articolo considerato diffamatorio, riservandosi oltretutto (dopo questa sorta di multa privata) di intraprendere ulteriori azioni legali contro il giornale diretto da Stefano Feltri.

Negli Stati Uniti si adopera il termine SLAPP (strategic lawsuit against public partecipation) per definire questo genere di intimidazioni praticate da grandi imprese al fine di stroncare le voci critiche, costringendole a fronteggiare spese legali insostenibili. Eni si è già più volte cimentata in esose cause per risarcimento danni nei confronti del Fatto senza che la grande stampa, beneficiata da inserzioni pubblicitarie per milioni di euro, trovasse alcunché da ridire.

Sarebbe doveroso che l’azionista pubblico di Eni, ovvero il governo, si esprima in merito a questa prassi intimidatoria. Eni si trova al centro di vicende cruciali, all’estero e in Italia. Viene da chiedersi come si comporta nei Paesi dove ha grandi interessi e la libertà di stampa subisce limitazioni. Ma anche nel nostro Paese, Eni sempre di più verrà chiamata a rispondere delle sue scelte di riconversione energetica e tutela ambientale.

L’assoluzione in primo grado nel processo milanese per le tangenti nigeriane sembra aver scatenato una voglia di rivincita dei vertici aziendali che ha superato i limiti tollerabili. Qui non si tratta di esprimere solo un’ovvia, doverosa solidarietà ai colleghi di Domani, ma di difendere il diritto fondamentale all’informazione sui poteri forti del nostro Paese. Chi esercita il potere di nomina dei vertici Eni, peraltro, ha anche il dovere di tutelarne la reputazione e la missione sociale. Questione troppo delicata per essere lasciata in mano ad avvocati di simil fatta.

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