Manca un anno al crollo del Ponte Morandi. Ma il collasso del viadotto, nelle riunioni interne, è tutt’altro che un’ipotesi remota: “Qua se famo male, quello va de sotto”. Il riferimento è al viadotto Polcevera. A parlare è l’ex capo delle manutenzioni di Autostrade per l’Italia, Michele Donferri Mitelli, braccio destro dell’ex amministratore delegato Giovanni Castellucci: “C’è anche un fenomeno di fluage dei cavi esterni. Se tu c’hai il combinato disposto che i cavi esistenti si degradano… i cavi di precompressione “unbonded” se allentano e il ponte te cade giù. Dico bene, professò?”. E ancora: “Aspi e Spea hanno fatto una cazzata, sul pilone 11 era previsto un sistema di monitoraggio”.

È il 26 settembre del 2017, un anno prima della catastrofe. Donferri viene registrato a sua insaputa durante una riunione presso la sede centrale di Aspi. L’intercettazione artigianale viene realizzata dal dirigente Spea Marco Vezil, indagato insieme a Donferri nella vicenda del Ponte Morandi. Da tempo Vezil si sente vittima di pressioni crescenti e teme, lo dice apertamente, di “finire in galera” a seguire le indicazioni di Donferri. Ecco spiegato perché comincia a raccogliere prove su quei colloqui. Non è l’unico a tutelarsi. Lo fa anche un altro quadro di Spea, Massimiliano Giacobbi, anche lui indagato. Dopo il crollo del Ponte Morandi la Guardia di Finanza trova nel computer dei due funzionari oltre 36 ore di registrazioni, molte delle quali inedite, diventate oggi una prova importantissima nell’inchiesta sul disastro.

“C’è una patologia perversa qui, nessuno controlla, non fate un cazzo”, dice Donferri. Il 29 settembre del 2017 va in scena un’altra sfuriata: “Stavo qua già da un anno e ho saputo che c’erano da fare gli stralli del Polcevera… era marzo, febbraio… non sapevo un cazzo… da aprile dell’anno prima… cioè, a casa mia non cerco di mettere ordine… lo metterò male, sarò intempestivo, sarò imprudente, sarò maleducato, non lo so perché non se può sopporta’ la situazione… ma voi non state facendo letteralmente un cazzo… la progettazione è proprio in mano a Cristo…”.

Il 19 settembre del 2017 si parla del viadotto Giustina, in Abruzzo. Donferri vuole evitare il collaudo statico del Genio Civile: “Glielo mettiamo al culo con il calcestruzzo alleggerito e diamo una riverniciata”. Spea, lamenta, ha presentato un progetto di ristrutturazione che ha il “difetto” di allungare la vita utile dell’opera al 2064, cioè ben oltre la scadenza della concessione di Autostrade per l’Italia: “Non è che nel 2034 se crepa, ma ‘sti cazzi, saremo vermi, saremo carne per i vermi tutti quanti, ce ne saremo belli che andati, e ‘sti cazzi… Io adesso ho dato un mandato chiaro, le opere devono arrivare al 2038 eventualmente compresa la proroga della proroga, massimo 2042, punto… So andato a leggere 2064 m’è presa un colpo, la vita utile? Ma ‘sti cazzi!… Tutti i progetti di manutenzione devono andare al Mit cercando di fare fino all’ultimo i figli di puttana”. L’importante, ovviamente, è “non scrivere” che la nuova vita utile dell’opera combacia con la fine della concessione.

Donferri, annota la Finanza, fa un paragone “aberrante” con il crollo del ponte 167, che il 9 marzo 2017 ha provocato la morte di due persone: “Il cavalcavia che è caduto… ti devi solo lavare la coscienza dei due morti, che se riesci a giustificare che era colpa dell’impresa forse ti salvi…”. Vezil si lamenta delle pressioni di Donferri, appena il dirigente si assenta: “Io non ne posso più, adesso ne parlo con Galatà (amministratore delegato di Spea) e rinunciamo all’incarico… se ci fate le le minacce che fate, poi son tutti cazzi vostri… il casino non lo riesce a capire perché non lo vuole capire…”.

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