AstraZeneca taglia le consegne, ma l’Italia e gli altri Stati Ue non avranno sconti, restando forse con le mani legate anche dal punto di vista legale. I governi devono in principio pagare un acconto sul totale delle dosi di vaccino loro assegnate. Ricordiamo che AstraZeneca si è impegnata a fornire all’Ue 330 milioni di dosi (più un’opzione per altre 100). Una “caparra” dovuta nonostante la casa farmaceutica anglo-svedese abbia annunciato – prima ancora di ottenere l’autorizzazione dall’Ema – che nel primo trimestre fornirà solo il 40% delle dosi pattuite (3,4 anziché 8 milioni per l’Italia). I contribuenti italiani si vedono cioé costretti ad anticipare comunque una quota del costo dei 40,38 milioni di dosi complessivamente spettanti al nostro Paese, sebbene nei primi tre mesi dell’anno saranno molte meno le persone che potranno essere vaccinate (a meno che la società non riesca a recuperare il ritardo, dovuto – si dice – a difficoltà tecniche di produzione).

Ieri la presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen, ha intavolato un braccio di ferro a porte chiuse con la vicepresidente per Europa e Canada di AstraZeneca, Iskra Reic. Ma è l’esecutivo di Bruxelles ad essersi fatto autogol già ad agosto 2020, firmando con la multinazionale uno svantaggioso contratto “prendere o lasciare” (è lo stesso modello usato per Pfizer).

“I governi avevano cinque giorni per aderire all’accordo: tutti l’hanno fatto, i rinunciatari avrebbero preso l’accesso al vaccino”, spiega una fonte della Commissione che chiede l’anonimato. “Il testo prevede che, appena avrà ricevuto una raccomandazione positiva dall’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, e l’autorizzazione all’immissione sul mercato della Commissione, il vaccino di AstraZeneca potrà essere acquistato”. In realtà sembrerebbe che i Paesi non avranno la facoltà ma l’obbligo di acquistarlo alle condizioni pattuite, senza possibilità di rinegoziare. E tra le condizioni, come ha ammesso due giorni fa l’ad di AstraZeneca Pascal Soriot, c’è la possibilità per le aziende di allungare tempi di consegna. Mentre le scadenze di pagamento i governi devono rispettarle eccome.

Questo emerge – come già raccontato dal Fatto – dalla lettura del contratto firmato con l’azienda tedesca CureVac, l’unico finora reso pubblico, che presumibilmente ricalca nelle sue linee generali quelli stipulati con le altre aziende. È previsto un pagamento in tre fasi: un primo anticipo da parte della Commissione addebitato al bilancio comunitario; un secondo versato dal singolo Stato in base alle dosi assegnate (proporzionate alla popolazione); e un saldo commisurato alle dosi via via consegnate. La rata iniziale è stata versata a tutte le aziende dopo la conclusione dei contratti: AstraZeneca ha ricevuto 336 milioni di euro. Il 12 gennaio ha depositato la sua richiesta all’Ema che, insieme alla Commissione, dovrebbe pronunciarsi favorevolmente forse già oggi. A quel punto avrebbe il diritto di incassare anche la seconda rata, cioé quella sborsata dalle casse statali secondo formulari d’ordine sottoscritti da ciascun Paese successivamente al contratto.

“Indipendentemente dal fatto che uno Stato membro firmi o meno il suo modulo d’ordine, sarà comunque tenuto a pagare la quantità di dosi di vaccino assegnate, compreso l’importo da anticipare”, spiega Clive Douglas, giurista commerciale specializzato nel comparto farmaceutico allo studio Nexa, che ha letto le clausole del contratto CureVac. Queste si limitano a stabilire un piano indicativo di forniture, scaglionando le quantità dovute per trimestri. Il contraente deve garantire almeno una prima consegna, ma è libero di recapitare le successive dosi se e quando i lotti si rendano disponibili e non necessariamente alla fine di ogni trimestre.

In caso di ritardi, al produttore basta informare la Commissione e gli Stati membri entro un tempo ragionevole e presentare un nuovo calendario di distribuzione. È esattamente ciò che ha fatto la settimana scorsa AstraZeneca, scatenando le ire dell’Europa. Se fosse confermato che gli ampi margini di manovra offerti a CureVac si ripetono nei contratti firmati con AstraZeneca e le altre aziende, di fatto i governi si ritroveranno a dover pagare milioni di euro in caparre, senza alcuna garanzia di poter immunizzare una fetta relativamente ampia della popolazione in tempi rapidi. Inoltre, i ricorsi per inadempienza annunciati da Commissione e governi potrebbero cadere nel vuoto vista l’assenza di obblighi precisi in campo alle aziende. Nonostante gli inviti, annunciati a più riprese, dai rappresentati dell’Ue, Stella Kyriakides, Commissaria alla Salute, in testa.

“È difficile dire se i termini offerti a CureVac, che è una società relativamente piccola, riflettano quelli pattuiti con le società farmaceutiche più grandi come AstraZeneca e Pfizer, ma è concepibile che flessibilità simili siano previste anche negli altri contratti per mitigare i rischi delle aziende, date le incertezze inerenti all’enorme sforzo di produzione richiesto dall’eccezionalità della pandemia”, commenta Colin McCall, specialista in contratti nel settore biotech allo studio internazionale Taylor Wessing.

Proprio in considerazione dell’eccezionalità della crisi sanitaria, la Commissione e gli Stati membri partecipanti hanno deciso di contribuire al finanziamento dei costi sostenuti dalle case farmaceutiche per produrre rapidamente il vaccino. Cosa ci ha fatto AstraZeneca con la prima caparra della Commissione? Sapeva già prima di intascarsela, o di firmare il contratto, o di non poter produrre e distribuire il vaccino al ritmo promesso? Gliel’abbiamo chiesto, ma non ci ha risposto. Non resta che pubblicare il contratto, come ha minacciato di fare la stessa Ursula Von Der Leyen.

*Articolo realizzato in partnership con European Data Journalism
Network (EDJNet) nell’ambito del progetto “Who is cashing in on the
Covid-19 pandemic” sostenuto da Investigative Journalism for EU
Articolo Precedente

È ancora presto per dire “guariti”

prev
Articolo Successivo

“Accordi con le aziende: la Commissione s’è fatta fregare così”

next