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Tangenti mimetizzate e magistrati con le armi spuntate: così l’Italia “legalizza” la corruzione

Il testo edito da Paper First, la casa editrice del Fatto
Tangenti mimetizzate e magistrati con le armi spuntate: così l’Italia “legalizza” la corruzione
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Gli intrecci nel porto di Genova. Venezia svenduta ai privati. La ‘ndrangheta nei cantieri torinesi. La nuova terra dei fuochi toscana. Gli appalti romani sulla cybersicurezza. C’è un filo conduttore che tiene insieme tante inchieste italiane, che spesso invadono per qualche giorno le cronache nazionali, per poi morire lentamente su quelle locali. La corruzione contemporanea non passa più attraverso le mazzette. Si mimetizza con scambi e triangolazioni di favori, viene mascherata con consulenze, erogazioni liberali o incarichi, fatturata e giustificata. È difficile da comprendere, prima ancora che da provare. L’epicentro non sono quasi più i partiti, indeboliti dai tagli al finanziamento pubblico, ma singoli uomini politici, sempre più simili a lobbisti. Ma c’è un altro cambiamento epocale, che racconta un’Italia molto diversa da quella di Mani Pulite: la lotta ai reati contro la pubblica amministrazione è appesa al filo di una giurisprudenza (la cosiddetta “corruzione funzionale”), mentre il governo smonta leggi e reati, i pm sono costretti a combattere con armi sempre più spuntate un fenomeno via via più rarefatto. Le ipotesi corruttive evaporano nella grande zona grigia del conflitto di interessi.

È questo il contesto che proviamo a raccontare nel libro “La repubblica delle mazzette”: la corruzione senza più tangenti, le tangenti senza più partiti, la magistratura senza più strumenti. È un viaggio che tocca tante città, un atlante che messo insieme assomiglia a una Tangentopoli a pezzi. Si parte da Giovanni Toti, dalla politica che si era trasferita sullo yacht di un grande imprenditore portuale, che finanziava le campagne elettorali del presidente ligure in cambio di concessioni milionarie. La svalutazione delle dazioni genera spesso incredulità: a Bari bastavano 50 euro per comprare un voto; in Trentino un magnate che si era comprato mezza regione in cambio di favori trascurabili. A Venezia il sindaco-imprenditore Brugnaro è indagato in una vicenda che riguarda terreni di sua proprietà comprati a 5 milioni di euro che, se resi edificabili dalla sua giunta, sarebbero arrivati a un valore di 150.

Dal 2024 l’Italia ha cancellato l’abuso d’ufficio, una riforma voluta dal ministro Carlo Nordio, creando un vuoto di tutela enorme: non è più reato truccare un bando universitario, affidare un appalto a un parente, prendere una decisione contro le regole senza la prova di una corruzione. Poi è arrivato lo svuotamento del traffico di influenze, il reato contestato agli intermediari di affari opachi. Si sono poi aggiunte le limitazioni delle intercettazioni a 45 giorni e l’interrogatorio preventivo a chi sta per essere arrestato. Battaglie ammantate dalla bandiera nobile ma fuorviante del garantismo, e che invece mirano a colpire anche al diritto di cronaca. Per non disturbare il manovratore occorre colpire giudici e giornalisti, chi fa le indagini e chi le racconta. La vittoria del No al referendum costituzionale ha in parte rallentato questo processo di accentramento di poteri nelle mani del governo, ma non lo ha arrestato. Il risultato rischia di essere una democrazia fragile, che non riesce a punire comportamenti dannosi per la collettività e un’opinione pubblica poco informata.

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