Come colpo di coda da ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova ha tentato di mettere una pezza a un pasticcio creato negli ultimi mesi. Siamo al 14 gennaio, ma i ristoratori italiani non hanno ancora visto un solo centesimo dei bonus per l’acquisto di prodotti agricoli locali promessi in piena estate con il decreto Agosto. Ecco perché ieri pomeriggio, poco prima che Matteo Renzi annunciasse le sue dimissioni, l’esponente di Italia Viva ha provato a levare le castagne dal fuoco con un impegno: i primi pagamenti – ha detto Bellanova – arriveranno alla fine del mese.

Difficile che basti a liberare il dicastero da una cattiva eredità, né a rasserenare gli animi di quegli esercenti che già da domani sono pronti a riaprire i locali sfidando le restrizioni del governo. Ad aspettare i soldi sono i quasi 47mila che hanno presentato la domanda. Sulla carta, la misura avrebbe un doppio scopo: aiutare sia i titolari di ristoranti e agriturismi sia gli stessi produttori agricoli. Il ristoratore acquista materie prime italiane per un massimo di 10mila euro e presenta la fattura (anche non quietanzata) al ministero dell’Agricoltura per chiedere un iniziale rimborso del 90%; il restante 10% arriva dopo la dimostrazione dell’effettivo pagamento. Bellanova l’aveva presentata con grande aspettativa, anche in virtù di ben 600 milioni di euro stanziati. Oggi l’ormai ex ministra assicura di aver impegnato 350 milioni, ma il problema è che questi fondi sono ancora tutti lì, non si sono mossi nonostante il settore sia tornato in grande sofferenza già dall’inizio di novembre, con la nuova forma di lockdown.

La macchina del bonus è stata messa in moto da Bellanova con un tempismo non proprio funzionale: previsto dal decreto approvato il 14 agosto, quindi subito in vigore, il provvedimento attuativo del ministero dell’Agricoltura è arrivato solo il 27 ottobre. Pochi giorni dopo è stato introdotto il sistema delle zone rosse, arancioni e gialle, con il coprifuoco alle dieci di sera, chiusure di bar e ristoranti imposte alle 18, aperture concesse solo a pranzo e solo nelle Regioni considerate meno a rischio. Le regole pratiche per ottenere il sostegno sono arrivate quando non servivano più, vista la fermata forzata di buona parte delle attività di ristorazione. E infatti già il 27 novembre, Bellanova ha dovuto far sì che i soldi inutilizzati per il numero insufficiente di domande fossero reinvestiti per la stessa misura nel 2021. “Risorse preziose – diceva la ministra in quell’occasione – che hanno come obiettivo la messa in sicurezza di un’intera filiera”.

Il 15 dicembre è scaduto il termine (già prorogato) per le domande. Ragionando con i produttori, si fa fatica a vederne i risultati. “Dopo la chiusura – spiega Dino Scanavino, presidente della Cia-Agricoltori italiani – si è drasticamente ridotto il volume di prodotto che da agricoltori e cooperative va alla ristorazione. Questo ha vanificato le buone intenzioni. Il nostro vantaggio doveva essere indiretto, ma non lo abbiamo visto. Lo avremmo avuto se l’incentivo ad acquistare in Italia fosse scattato quando i ristoranti erano aperti”. Secondo la Cia, a questo punto sarebbe meglio dirottare i fondi a favore delle imprese di trasformazione dei prodotti agricoli.

I dati diffusi ieri da Bellanova, inoltre, non sono ancora elaborati con cura. Quel che è certo è che le domande arrivate via web sono 31mila per un ammontare di 221 milioni di euro. Quindi, presumendo la stessa media anche per le 16mila raccolte attraverso gli uffici postali, si può immaginare che le richieste arrivino a 345 milioni. Ma ancora non è chiaro quante di queste verranno accolte.

Ci sono due provvedimenti sui quali Bellanova, in questi 15 mesi da ministra, ha puntato molto sul piano dell’immagine. Uno era il bonus ristorazione, l’altro la sanatoria dei lavoratori in nero. E anche su quest’ultimo il risultato è stato ben lontano dalle aspettative: doveva servire a regolarizzare i braccianti e a fornire manodopera nei campi, ma ha finito per aiutare solo colf e badanti. Su 208mila richieste, solo 31mila erano state presentate dalle imprese agricole. La maggior parte degli “invisibili” è rimasta tale.

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