Se davvero si vuole convivere con il virus sarebbe il caso di cominciare a dirsi la verità. Visto quello che accade nelle nostre spiagge, bar, navi e discoteche non c’è una sola ragione al mondo per pensare di essere diversi da Germania, Francia e Spagna dove il numero di nuovi contagiati supera ormai abbondantemente i mille al giorno.

Se non cambieranno al più presto i comportamenti dei cittadini e delle autorità, gli italiani avranno modo di capire personalmente chi ha ragione tra i due diversi schieramenti di esperti: quello minoritario, convinto che il Coronavirus non sia più un problema ospedaliero perché ormai meno aggressivo, e quello maggioritario, certo invece che con un alto numero di infettati finiranno di nuovo per riempirsi i reparti Covid e di conseguenza i cimiteri. Noi che esperti non siamo non sappiamo chi abbia ragione: sappiamo però che di vita ne abbiamo una sola e che davvero ci spiacerebbe scoprire personalmente e prematuramente il torto dei primi e le previsioni azzeccate dei secondi.

Per questo, dopo aver assiduamente frequentato discoteche, sale da ballo e rave (sì, lo ammettiamo in gioventù non ci siamo fatti mancare niente), abbiamo urgenza di comunicare una notizia sconvolgente ai tanti presidenti di Regione che in queste settimane hanno avallato la riapertura delle piste e che ora non vogliono richiuderle: il twist da più di mezzo secolo non va più di moda. Ci spiace molto, ma è così. Imporre due metri di distanza tra chi balla, come ha per esempio fatto la Regione Toscana, è certamente un rimarchevole tentativo di riportarlo in auge, ma dubitiamo che possa avere qualche effetto. Sia dal punto di vista musicale che da quello più importante della prevenzione.

Sì, lo sappiamo, intorno alle discoteche e il mondo dei concerti live gira un pezzo importante della nostra economia. Richiudere tutto non è una decisione facile in un Paese che a causa del virus ha visto il Pil crollare e la disoccupazione aumentare. Ma mentre ci si accapiglia sulla riapertura delle scuole in calendario per il 14 settembre sarebbe il caso di abbandonare per un secondo la vis polemica e mettersi a ragionare.

I dati sul tavolo sono pochi e facili da leggere: i contagi al momento riguardano principalmente i giovani che, salvo eccezioni, o sono asintomatici o superano facilmente la malattia. Ma se i giovani contagiati diventeranno migliaia e migliaia come proteggeremo i loro famigliari, i loro insegnanti e tutte le persone che entreranno in contatto con loro sui mezzi pubblici? In Germania dove ogni Land va in ordine sparso (a Berlino non si può cantare in aula, nel Nord-Reno Vestfalia in classe si va con la mascherina, nel Meclemburgo i docenti over sessanta possono proseguire con la didattica online) la questione è già drammaticamente chiara: nuovi casi si sono registrati ieri in sette scuole, una è stata chiusa, nelle altre si sta tentando la via dell’isolamento delle classi.

Per questo in Italia la chiusura delle discoteche è una strada obbligata. La diffusione del virus, anche tra i più giovani, va contenuta. Gli esercenti dei locali e i lavoratori vanno risarciti per quanto possibile e l’app Immuni, che consente nel rispetto della privacy di tracciare i contatti di chi è infetto, va resa obbligatoria. Nessuno di noi è in grado di prevedere cosa ci riserva il futuro. Ma una cosa è sicura: tra qualche mese non possiamo correre il rischio di rimpiangere quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. Perché, lo ripetiamo, la vita è una e non dà una seconda chance.

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