Chiunque abbia osato sostenere la legge (entrata in vigore il primo gennaio di quest’anno) che ha finalmente stabilito che anche nel nostro ordinamento la prescrizione, invece di essere infinita, deve a un certo punto interrompersi, ha “assaggiato” – in un modo o nell’altro – un orgiastico sabba di insulti, dileggi, imprecazioni, scomuniche, anatemi e previsioni catastrofiche che è andato oltre i confini del buon senso. In particolare a opera di coloro che hanno appioppato a chi fosse di contrario avviso etichette infamanti come manettaro o forcaiolo, oltre a quella piuttosto consunta di giustizialista. Con il sostegno di quanti, fregandosene dei profili tecnici della questione, ne han fatto un cavallo di Troia tutto politico per scardinare le opposte fazioni.

Per fortuna, decibel e toni da stadio dovrebbero decisamente calare a fronte del “Rapporto sull’Italia” approvato ieri dalla

Commissione europea. Dove si legge che la riforma della prescrizione (in Italia riforma Bonafede) è “benvenuta”. Anche perché “in linea con una raccomandazione specifica” al nostro Paese che l’Europa aveva formulato da tempo. Parole chiare e univoche, che sarà persino opportuno comunicare con qualche cautela – per evitare un eccessivo sbigottimento – a chi aveva parlato di bomba atomica (qui il “paziente zero” è ben conosciuto…), vergogna per lo Stato di diritto, barbarie e via salmodiando. Tanto più che la Commissione europea esprime un giudizio positivo – con qualche riserva – pure sulla legge “spazza-corrotti” (anch’essa targata “Bonafede”) e in generale sulla lotta alla corruzione, “che sta migliorando”. Nello stesso tempo la Commissione – che così ci guadagna in affidabilità – non fa sconti: sia sul piano civile (il contenzioso viene giudicato troppo lungo, tale da “allontanare gli imprenditori e gli investimenti stranieri”); sia su quello penale, dove è “necessaria una riforma” con misure capaci di aumentare l’efficienza del processo, soprattutto nel grado d’appello. Misure che il “Rapporto” esemplifica parlando di: revisione delle notifiche; ampliamento delle procedure semplificate; limitazione della possibilità di fare appello; introduzione del giudice unico nel secondo grado; ricorso più ampio agli strumenti elettronici; semplificazione delle regole sulle prove. Direttive che, in percentuale ragguardevole, collimano con le linee guida del “disegno di legge recante deleghe al governo per l’efficienza del processo penale”.

Dunque, di nuovo un brutto rospo da digerire per certe cassandre italiche, salvo ipotizzare un “concorso esterno” dell’Europa col nostro Guardasigilli… Verso il quale, del resto, il “Rapporto” esprime critiche anche sul versante penale, là dove – suggerendo di monitorarne attentamente l’impatto – mostra in sostanza di non apprezzare l’introduzione di sanzioni disciplinari per i giudici che non rispettino i tempi fissati per le varie fasi del processo. Per concludere con una provocazione, si può sperare che siano irreversibilmente tramontati in Italia (con la “spazza-corrotti” e la riforma della prescrizione, grazie anche all’apprezzamento europeo) i tempi di Francesco Crispi secondo il racconto di Sebastiano Vassalli nel romanzo L’italiano.

Rievocando lo scandalo del Banco di Napoli e l’interrogatorio del Giudice istruttore di Bologna Alfredo Balestri, Vassalli attribuisce a Crispi questi pensieri: forte della certezza che il denaro è il motore del mondo, egli reagì pensando che “quell’ometto sussiegoso che gli stava davanti e pretendeva da lui che gli rendesse conto di ogni singola operazione di banca e di ogni prestanome, era soltanto un cretino”. Un cretino perché si illudeva che “la politica interna ed estera in una nazione moderna potesse farsi senza quattrini e senza infamia, soltanto con l’onestà. Ci voleva ben altro: la mafia, la massoneria, i brogli elettorali, la corruzione”. Ecco, di “cretini” così, di persone che non ci stanno a convivere né con la mafia né con la corruzione, c’è ancora bisogno oggi. Tanto bisogno. Le leggi di cui abbiamo parlato danno una mano a chi vuol essere sempre più… “cretino”.

Perciò diciamo, come l’Europa, benvenute! A rischio di urtare la suscettibilità di quei sedicenti garantisti che col garantismo vero ci litigano, perché preferiscono di gran lunga quello tarocco. Cioè il garantismo “strumentale”, diretto a disarmare la magistratura di fronte al potere di chi può e conta; oppure “selettivo”, disposto a graduare le regole a seconda dello status sociale dell’interessato di turno. Dimenticando che il garantismo doc, o è veicolo di uguaglianza (e non di sopraffazione e privilegio), o semplicemente non è.

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