Per Nicola Zingaretti anche il primo giorno da segretario del Pd ha la sua pena, e si chiama Tav. Quasi a voler rispondere ai nemici interni che lo sospettano voglioso di dialogo con i Cinque Stelle, inaugura il suo mandato schierandosi rumorosamente con Matteo Salvini, cioè con la componente favorevole alla Torino-Lione della (spaccata) maggioranza. Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana-Leu lo ha subito fulminato con l’accusa di “continuismo”: “Il fatto che venga annunciata come prima mossa da segretario l’andare ai cantieri della Tav per sbloccare quei lavori devo confessare che non mi pare un’eccellente notizia”.

Ma quella di Zingaretti è una mossa tanto sbagliata quanto obbligata. Insieme alle elezioni europee arrivano il 26 maggio anche le Regionali del Piemonte, per le quali il governatore piddino uscente Sergio Chiamparino ha affidato le speranze di rielezione alla propaganda Sì-Tav.

Lo scenario della campagna elettorale è fosco: il Pd rischia di rimanere schiacciato nella contesa tra i due alleati di governo, Luigi Di Maio che schiera un No-Tav a 24 carati come Giorgio Bertola, e Salvini che supporterà con la sua battaglia Sì-Tav il candidato del centrodestra, quasi certamente l’europarlamentare uscente di Forza Italia Alberto Cirio. I sondaggi dicono che per Chiamparino la strada è in salita, e Zingaretti non ha altra possibilità che soccorrerlo con le armi tradizionali (spuntate, direbbe Fratoianni) della narrazione Pd: “Sulla Tav si scontrano due visioni del futuro: una legata al progresso e una alla negazione del progresso”. Il rischio paradossale è di contrapporre al “prima gli italiani” di Salvini il malinconico “prima Chiamparino” del Pd.

Ma la posizione Sì-Tav di Zingaretti non è novità di oggi. Da quando è iniziato lo scontro nel governo, e mentre maturava la candidatura del governatore del Lazio a leader Pd, si sono moltiplicati i segnali a sostegno dell’oltranzismo Tav di Chiamparino. Zingaretti si è spinto fino ad accusare di scorrettezza la commissione guidata dall’economista Marco Ponti, twittando: “Lo studio costi/benefici su Tav è discutibile o manipolato da interessi politici”. E ha poi imprudentemente chiamato in causa la storia patria: “L’Italia è bloccata da due partiti che pensano ai loro interessi e hanno bloccato investimenti e cantieri. Una cosa mai avvenuta nella storia della Repubblica”.

Mai dire mai. Nel 1996 il neonato governo Prodi bloccò la “variante di valico” dell’Autosole tra Firenze e Bologna per lo scontro tra il ministro verde dell’Ambiente Edo Ronchi (contrario) e quello dei Lavori Pubblici Antonio Di Pietro (favorevole). Non ci fu modo di risolvere la controversia e l’opera fu sbloccata sei anni dopo da Silvio Berlusconi. L’allora segretario dei Ds Massimo D’Alema si guardò bene dal prendere posizione, lasciandosi scivolare addosso il sospetto di aver trattato con i Verdi, sottobanco, un “contratto di governo” con il no alla “variante di valico”.

In difesa di Ronchi accorse un senatore di Rifondazione comunista che attaccò Di Pietro con toni da grillino ante litteram: “Questa è la logica conseguenza di un governo che ha un ministro che non è stato eletto da nessuno (come la Banca d’Italia dei Cinque Stelle, ndr) ed è salito sul carro del vincitore senza partecipare alla campagna elettorale e senza aderire preventivamente al programma. Compito di un governo coerente è di portare avanti il programma per cui ha avuto il consenso popolare ed è quindi comprensibile la decisione di chi si oppone a scelte personali di un singolo ministro o a prese di posizione diverse da quelle concordate nella maggioranza”. Quel senatore si chiamava Giuliano Pisapia (in foto), in seguito sindaco di Milano, oggi vagheggiato da Zingaretti come capolista alle Europee per dare un tocco di novità alle liste Pd.

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