C’è un vecchio pezzo di Woody Guthrie dedicato a una figura leggendaria della storia americana, il bandito Pretty Boy Floyd, che dice: “Some will rob you with a six-gun, and some with a fountain pen”, “Alcuni ti derubano con una pistola a sei colpi, altri con una stilografica”. Potrebbe essere questo il motto indiscusso di Nunzio Perrella, se il protagonista di Bloody Money – l’inchiesta di fanpage.it su corruzione, rifiuti e criminalità che da oggi è anche un libro con risvolti inediti, pubblicato in coedizione con Paper First –, non preferisse altri versi, come quelli di un cantante meno conosciuto al grande pubblico, ma per certi versi altrettanto mitico. Almeno per l’affollato demi-monde partenopeo marchiato a fuoco dall’immaginario anni Ottanta. Il suo nome era Patrizio. All’anagrafe Patrizio Esposito, da Porta Capuana, cuore antico di Partenope. Probabilmente il primo neomelodico della storia che si ricordi – ancor prima di Nino D’Angelo – che nel 1984, a soli 24 anni, morì per overdose nel pieno della sua consacrazione artistica. Una “faccia da scugnizzo” lo definì Pippo Baudo, presentandolo a Rai Uno nel 1979. Il pezzo che Nunzio Perrella cita a memoria, considerandolo un po’ la summa della sua visione del mondo, s’intitola ‘A miseria ‘e Napule. A un certo punto, nel bel mezzo della nostra lunga intervista, forse annoiato dalle domande, inizia a canticchiarlo: “Tribunale… C’aggio studiato, te voglio raccuntà… elementare a fa’ ‘o scugnizzo, a prima media ‘a ‘gghi arrubbà, ‘a seconda ‘a ‘gghi a scippà, ‘a terza a rapinà. Che ce potevo fa’ se ‘a scola d’o marciapiede chest’ ce fa’ ‘mparà… Tribunale nun me dà n’ata cundanna, damme ‘na penna ‘mmano… ‘mparame a studià…”. Sta in questi versi la motivazione che Nunzio Perrella adduce quando gli si chiede perché è diventato un boss della Camorra, prima di pentirsi e diventare sin dagli anni Novanta un collaboratore di giustizia, cosa che dopo quasi vent’anni tra carcere e arresti domiciliari, sostiene di non essere più. “Il prossimo che mi dà del camorrista lo querelo”, ripete stanco di tutti i bocconi amari che negli ultimi mesi ha dovuto mandar giù, leggendo i giornali e guardando i programmi tv che hanno raccontato le sue gesta da “infiltrato” o “agente provocatore”. Differenza che lo lascia del tutto indifferente: “Dai video di fanpage.it è chiaro che gli stessi uomini che rubavano trent’anni fa rubano anche oggi. Come è possibile? Cambia solo il modo di fare affari, ma la sostanza è la stessa”. Si vede che il suo ego da gran parlatore è al settimo cielo per tutto il rumore suscitato dalla sua impresa. 

Chi è Nunzio Perrella?

Sono nato in una famiglia povera. Madre di origini contadine, papà ammalato di tubercolosi. Prima di me ebbero un figlio, Nunzio, che morì a un anno e mezzo. Un altro mio fratello fu dato in adozione, non ce la facevano a sfamarci. Ricordo che vivevamo in una stanza dove c’era bagno e camera da letto. A undici anni ho cominciato a portare i caffè in una sala biliardo nel Vasto, a Napoli, dove ho conosciuto Mario Merola, un appassionato giocatore d’azzardo. Ho conosciuto sin da piccolo criminali, puttane, camorristi. Con il terremoto dell’Ottanta finiamo sgomberati all’Hotel Torino, accanto alla Stazione. Si stava meglio che a casa. Quando, a poco più di 18 anni, sono finito in galera dopo aver fatto il palo a un tizio che rubava auto, sono stato un anno e mezzo nel Padiglione Avellino del carcere di Poggioreale, dove ho incontrato tutti i più grandi camorristi dell’epoca”.

Così è diventato anche lei camorrista?

La domanda che mi faccio è: perché le istituzioni, invece di punire col carcere un giovane che aveva commesso un reato per fame, non mi hanno dato l’opportunità di uscire dalla povertà con lo studio? Perché non mi hanno messo una penna in mano? Perché ancora oggi non lo fanno con tutti i giovani che delinquono, almeno all’inizio?

Metterla così è una scusa formidabile per tutti i criminali…

All’epoca della mia prima volta in carcere, mio padre entrava e usciva dall’ospedale, e i miei guadagni rappresentavano l’unica entrata in famiglia. In carcere ho trovato tutta la Camorra Napoletana. Peppe ‘a Braciola, Umberto Ammaturo, Franco Maisto. Mi mandavano a prendere provoloni e salami per portarli a Cutolo. “Tanti saluti al guappo della Campania”, mi scriveva O‘ professore sulle cartoline che inviava quando non era a Poggioreale. Si riferiva a me, mi prendeva in giro, ma era affettuoso. In carcere ho conosciuto anche i fratelli Alfieri, la famiglia Giuliano. Con Lovegino Giuliano, in particolare, c’è sempre stato massimo rispetto, con lui ho avuto un’amicizia duratura, a Forcella ci andavo sempre tranquillamente…

E una volta fuori?

Ho cercato di tenermi lontano dai guai. Mi sono messo a vendere le sigarette di contrabbando per strada, a piazza Vittoria. Cinque pacchetti di Marlboro a mille lire. Quando Peppe ‘a Braciola uscì dal carcere, fu ricoverato in clinica e lì divenni il suo galoppino. Mi sentivo un “uomo grosso” per merito suo. Così accettai di mettermi nel settore delle bische clandestine. Eravamo in tre, Antonio Bardellino, Alfredo Maisto e io. Prendevamo il 20% di cresta da tre bische. Cominciai a guadagnare bene.

Il clan Perrella è sempre più potente…

Soprattutto mio fratello Mario aveva in pugno la situazione. Eroina, cocaina. Tra gli anni Ottanta e Novanta, facemmo la guerra allo storico clan Puccinelli che un tempo comandava. Ci furono omicidi, tradimenti, arresti. Ma il clan Perrella era forte, soprattutto nel settore della droga.

A proposito di droga, è vero che ha trattato con i narcos sudamericani?

Sì.

C’è chi dice che lei incontrò anche Pablo Escobar?

Una volta, tra il 1988 e l’89.

Veniamo al business dei rifiuti

Da trent’anni sto raccontando a giudici, forze dell’ordine e giornalisti come funziona il sistema dei rifiuti, chi sono i veri criminali che stanno distruggendo l’Italia. L’esperienza mi ha insegnato che i camorristi sono la manovalanza, il marcio sta altrove. Tra i colletti bianchi. D’altro canto, come può un delinquente che non sa dire due parole in italiano, capire come funziona un capitolato d’appalto e come aggiudicarselo? Politica, impresa, e certe volte pure la giustizia, tengono insieme questo sistema, in cui i camorristi agiscono come soldati, fanno il lavoro sporco che serve a mantenere le cose in equilibrio.

Lei ha operato a lungo nell’interramento illecito di monnezza…

Sul finire degli anni Ottanta, si mette mano alla provincia di Caserta. Le aziende del Nord già interravano a Sessa Aurunca e a Castelvolturno. Avevano bisogno di un clan in grado di fargli avere le autorizzazioni necessarie per scaricare. Vengo a sapere dove si fanno certe cose a Napoli e nell’entroterra casertano. Cominciamo a scaricare lì, poi anche più a Nord, alla discarica dei Cerrone, a Malagrotta…

Come facevano i camorristi a sapere dove era preferibile scaricare?

Bella domanda. Mi affidai a un giornalista esperto del settore, un tizio che girava in una Ypsilon 10. Sapeva dove si poteva scavare e interrare i rifiuti, ci indicava i siti. La nostra collaborazione è andata avanti finché una soffiata mi rivelò che il giornalista di notte fotografava le discariche e prendeva appunti sul nostro conto. Faceva il doppio gioco. Si diceva che fosse la fonte di un’altra giornalista, Rosaria Capacchione, (allora cronista del Mattino, eletta senatrice Pd nel 2013, ndr) che all’epoca si interessava della questione….

Cosa face quando uscì fuori il nome della Capacchione?

Nulla, però accadde un fatto molto interessante. Partecipai a una riunione per decidere dove scaricare alcuni rifiuti in provincia di Caserta. Un camorrista di Mondragone, discutendo con gli altri, si lasciò scappare: “Se ‘sta zoccola non si toglie da mezzo, non scarichiamo più”.

Parlavano della Capacchione?

Si riferivano ai suoi articoli. A causa dello scalpore provocato da un suo pezzo, era stato vietato il trasporto extraregionale dei rifiuti. In pratica, non potevamo più far circolare legalmente la monnezza verso la Campania. Era stato un bel colpo. Perciò volevano toglierla di mezzo, ma io intervenni e dissi che se l’avessero fatto, sarebbe stata la fine: non avremmo mai più lavorato.

Perché ha deciso di partecipare all’inchiesta Bloody Money?

L’ho fatto perché mi reputo una persona seria. Per questa mia caratteristica ho sempre avuto il rispetto di tutti, anche di molti ex miei sodali che ho accusato e mandato in carcere. E poi mi sono comportato sempre in maniera corretta con le istituzioni, dopo essermi pentito ho detto ciò che sapevo per contribuire a migliorare la situazione.

C’è un episodio specifico che l’ha spinta a collaborare con i giornalisti di fanpage.it

Una volta, qualche tempo fa, fui intervistato in un programma Rai. Nei camerini incontrai una donna campana che aveva perso un bambino a causa di un tumore. Con lei c’era Don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano che da anni combatte per salvare la Terra dei Fuochi. Dopo averci parlato in privato, ci siamo abbracciati. Lei mi ha chiesto di dire la verità, di aiutare a liberare la nostra terra dai rifiuti, dal cancro, dai criminali che ci stanno ammazzando. Quello è stato il momento in cui ho capito di dover smascherare quel malaffare…

Dopo l’inchiesta ha ricevuto minacce?

Vivo nella paura. Ho messo in pericolo la mia famiglia, me stesso. Potevo starmene buono, ma non ce l’ho fatta. Volevo dimostrare che in Italia non funziona niente… Negli ultimi tempi ho già cambiato quattro appartamenti, tra poco traslocherò l’ennesima volta.

Può dirci dove vive ora?

No.

Uno degli aspetti più inquietanti che emerge da Bloody Money è l’infiltrazione del malaffare nella gestione dei rifiuti al Nord

A mio avviso la situazione al Nord Italia attualmente è molto peggio di quanto si immagini. Tra le province di Ferrara, Rovigo e Bologna, c’è un mare di monnezza sotterrata. Ci sono intere colture, alcune anche pregiate, che crescono sui rifiuti. Le falde sono inquinate, si muore di tumore.

Su quali basi lancia quest’allarme?

Se qualcuno, nel mondo delle istituzioni, vuole rendersene conto con mano, sono pronto ad accompagnarlo sui siti dove c’è questo schifo. D’altro canto, qualche mese fa, prima di Bloody Money, con Sacha Biazzo (uno degli autori dell’inchiesta, ndr) e fanpage.it avevamo già denunciato quanto succedeva a Ferrara, con i rifiuti tossici.

Lei sarebbe pronto ad aiutare nuovamente le istituzioni che l’hanno delusa e di cui pensa tanto male?

Sì, certo. Sempre.

(ha collaborato Antonio Lamorte)

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