Non c’è alcun dubbio che il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, abbia ragione nel chiedere al suo Paese, la Germania, di restituire senza alcun indugio la bella natura morta floreale di Jan Van Huysum predata dalle truppe naziste. E il fatto che questa restituzione non sia ancora avvenuta spontaneamente la dice lunga su quanto l’apparato statale tedesco (magistratura e politica) debba ancora fare i conti con l’eredità terribile del regime hitleriano. Più in generale, è sempre sacrosanto accendere i riflettori sulle opere d’arte uscite illegalmente dall’Italia in ogni modo (guerre, mercato illegale, furti, predazioni di tombe e chiese), e pretenderne il ritorno.

Come tutte le campagne di opinione anche questa presenta, tuttavia, un rischio. E quel rischio è la caduta in una retorica di maniera, non concepita per raggiungere il risultato e invece utile soprattutto per un consumo mediatico. La scelta di Schmidt di esporre in una sala della aulica Galleria Palatina di Palazzo Pitti una riproduzione del dipinto in bianco in nero, con una scritta rossa che – in italiano, tedesco e inglese – lo dichiara “rubato” è davvero molto forte. Rompendo l’omogeneità storica di un allestimento antico, quel manifesto grida il proprio messaggio con una perentorietà rarissima in un museo, certo capace di catturare e orientare con prepotenza l’attenzione di chi guarda. Si può esser certi che la media dei visitatori ricorderà, di quella sala, soprattutto o forse solo quel cartello e la sua storia così netta e inaspettata.

Ora, proprio sotto la direzione Schmidt, Palazzo Pitti e la Galleria Palatina hanno particolarmente sofferto le conseguenze della riforma Franceschini, diventando di fatto un’appendice secondaria degli Uffizi (la confusione mediatica di ieri sul museo proprietario del quadro la dice lunga). Un’appendice usata per una valorizzazione selvaggia a base di feste private e mostre di stilisti alla moda, e in cui basta passeggiare per notare i segni di una inedita trascuraggine: dita di polvere velano indisturbate le opere, mentre gli studi languono. Insomma, l’ultimo dei problemi di Pitti è il quadro rubato dai nazisti, e un osservatore sospettoso ma informato potrebbe pensare che un direttore di cui è già stata annunciata la non ricandidatura a un secondo mandato e il passaggio al Kunsthistorisches Museum di Vienna stia drammatizzando il caso per confermare la sua fedeltà all’Italia (specie in un momento in cui i nuovi padroni gridano sguaiatamente “prima gli italiani”).

Per capire se l’enfatico videomessaggio del primo dell’anno è dunque strumentale, o se invece è sincero e profondamente sentito, basterà osservarne il seguito. Il manifesto shock nella Sala de’ putti esaurirà la faccenda, o sarà invece l’inizio di un nuovo concreto impegno sul fronte delle restituzioni artistiche all’Italia? È una domanda che si può estendere a tutto questo delicatissimo ambito: si pensi alla questione del lisippeo Atleta di Fano, che una sentenza della Cassazione ha appena stabilito essere stato sottratto illegalmente all’Italia, e che però il Getty Museum non ha alcuna intenzione di restituirci. Ciclicamente, e spesso a causa di sentenze o atti giudiziari di varia natura, il problema torna alla ribalta del discorso pubblico italiano, ma poi tutto torna nel limbo. Il fatto è che, con la lodevole eccezione di Francesco Rutelli, quando il livello politico-diplomatico è investito della questione, l’arte figurativa si rivela invariabilmente un vaso di coccio, schiacciato e frantumato dagli interessi economici o militari. E così di fatto l’Italia quasi sempre rinuncia a far valere concretamente i propri diritti, e preferisce usare il suo patrimonio culturale come merce di scambio su altri tavoli.

Le cose, però, potrebbero cambiare: se il ministero per i Beni culturali e i singoli grandi musei (come il complesso fiorentino degli Uffizi e di Pitti, per esempio) decidessero di assumere in proprio l’iniziativa diplomatica, senza delegarla agli Esteri o alla Presidenza del Consiglio. Naturalmente si dovrebbe trattare di diplomazia artistica: quella che l’Italia ha trionfalmente praticato per secoli. In concreto: se il ministero per i Beni Culturali vietasse a tutti i nostri musei di prestare opere d’arte alle mostre prodotte o co-prodotte dal Getty, si può stare certi che l’Atleta tornerebbe a casa di corsa. Senza i prestiti italiani, il circo mondiale delle mostre chiude: visto che non pensiamo nemmeno a moderarli (come dovremmo), almeno potremmo usarne la forza.

Così Eike Schmidt avrebbe un modo infallibile per farsi restituire il quadro rubato dai nazisti: non prestare più alcuna opera dei suoi musei a mostre pubbliche o private in Germania finché il Van Huysum non torni. Un modo sicuramente più efficace dell’appello teatrale in video, e del manifesto di protesta appeso tra i quadri antichi: e forse anche un po’ più serio.

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