Soltanto il proporzionale può ridare lo “scettro al principe”
Restituire lo scettro al Principe è un denso volumetto di Gianfranco Pasquino pubblicato a metà degli anni 80 del secolo scorso, con il quale il dibattito sulle riforme istituzionali in Italia assunse una “veste scientifica”. Nel giro di qualche anno fiorirono le proposte e le riflessioni, ricordo per tutte quella di Augusto Barbera, Una riforma per la Repubblica, che influenzò fortemente il Pci, trasformando la questione della mancata alternanza al governo da fatto “politico” a “problema di regole”.
Da allora abbiamo celebrato due referendum abrogativi (preferenza unica e maggioritario), approvato numerose nuove leggi elettorali (mattarellum, porcellum, rosatellum, ecc.), abbiamo avuto sentenze della Corte che hanno “demolito” talune disposizioni normative, tutto nel nome della necessità di semplificare le regole, quasi che la democrazia, come ci insegnano talune pericolose vicende di Oltreoceano, possa essere in balia di grotteschi capricci di leader che pensano di essere, in ragione dell’investitura popolare, novelli monarchi assoluti.
Ora, nonostante il segnale che il popolo sovrano ha fatto pervenire col Referendum col quale si voleva asservire prima e punire poi la magistratura, la maggioranza, temo con il colpevole aiuto di pezzi dell’opposizione, tenta di accantonare il progetto di riforma dell’assetto della forma di governo (il premierato), e questa sarebbe una buona notizia, per sostituirlo, attraverso lo strumento della legge ordinaria (percorso più breve e, soprattutto, meno insidioso) di modifica dei criteri di elezione di Camera e Senato, conservando le liste bloccate (che di fatto consentono al governo di scegliersi il Parlamento) e reintroducendo il “premio di maggioranza”, nonostante su questo specifico tema sia intervenuta in passato la Corte.
E pensare che già alla fine degli anni 80 ci avevano raccontato, illudendo gli italiani, che non solo il maggioritario avrebbe “risolto” la questione della democrazia bloccata (frutto, come è noto, della conventio ad excludendum), ma che avrebbe consegnato al Paese un’agilità istituzionale senza pari. Quel che è accaduto nei successivi 40 anni è sotto gli occhi di tutti: autoreferenzialità, pessima qualità, astensionismo, leaderismo di stile sudamericano, populismo d’accatto.
Questa vocazione esemplificatrice è purtroppo figlia di una società civile vocata all’individualismo, all’apparenza, al trionfo delle persone, di ciò che si sembra, rispetto alle idee, ma anche, sia consentito il richiamo, al fatto che nel tempo la sinistra, e segnatamente il suo maggior partito, abbia incredibilmente rinunciato a essere “una forza che osa guardare oltre gli orizzonti dello stato delle cose presenti”. Non ha saputo cogliere i pericoli della personalizzazione della politica (elezione diretta dei sindaci prima, dei presidenti della Regione poi, eliminazione delle Province, collegi uninominali e candidature plurime, indicazioni delle generalità del leader sulla scheda elettorale, ecc.), anzi li ha amplificati, e oggi si trova a dover criticare e avversare una proposta di legge elettorale che è figlia di quella stagione: candidature plurime, liste bloccate e premio di maggioranza.
La soluzione democratica e conforme allo spirito della Costituzione non è quella proposta, o peggio la revisione costituzionale della forma di governo, ma un deciso ritorno al passato attraverso la reintroduzione di una legge elettorale proporzionale (con adeguati correttivi volti a contenere la frammentazione), liste contrapposte, preferenze ed eliminazione delle plurime candidature.
Così si restituisce lo scettro al Principe, in un momento nel quale ampliare la partecipazione politica, anche attraverso l’adozione di strumenti più moderni e adeguati per l’esercizio del diritto di voto, rappresenta il fine ultimo di ogni vera democrazia.