Hanno anni di viaggio sulle spalle, migliaia di chilometri percorsi partendo dall’Afghanistan e dal Pakistan, attraversando fiumi, foreste, montagne. Sul corpo portano i segni delle violenze, dei percorsi impervi, tra campi minati e sentieri deserti. Sono quasi diecimila, forse molti di più, i migranti e i rifugiati che stanno ripercorrendo la via dei Balcani. L’Ungheria è ormai chiusa, blindata dal filo spinato steso dal governo Orban. Quella via che attraversa l’Est Europa era stata dimenticata, dopo gli accordi con cui la Ue ha finanziato la Turchia per fermare il flusso. Oggi la nuova via scorre più a ovest, con la Bosnia-Erzegovina divenuta il nuovo crocevia. Prima sono arrivati gli uomini, poi dalla scorsa primavera si sono messe in cammino le famiglie, le donne, i bambini. Sono apparsi a Sarajevo e più avanti sul confine nord con la Croazia, nelle città di Bihac e Velika Kladuša. L’Europa è a un passo, ma ad una distanza politica difficile da misurare.

La Bosnia-Erzegovina ha una storia recente e dolorosa di guerre, migrazioni forzate, fughe e profughi. A due mesi dalle prossime elezioni presidenziali, il Paese simbolo dell’ultimo grande conflitto etnico europeo si trova ora ad affrontare una situazione di vera emergenza. Da maggio a luglio sono arrivati almeno settemila migranti e richiedenti asilo e da allora il flusso ha raggiunto i duemila arrivi al mese. Le stime sulle attuali presenze, che includono solo chi è stato registrato, superano le diecimila persone, cifra non lontana dai 12 mila sbarchi in Italia dalla Libia attraverso il Mediterraneo centrale. L’impatto sul Paese è enorme, considerando che le cifre ufficiali stimavano a maggio appena 1.138 presenze. Da allora il flusso non si è più fermato, con un paese impreparato per affrontare l’emergenza: “In Bosnia i soli due campi aperti sono vicini a Mostar e Sarajevo, con 400 posti in tutto”, racconta al Fatto quotidiano Daniele Bombardi, responsabile delle attività in Bosnia-Erzegovina della Caritas italiana. La periferia della capitale e le città di confine vedono sorgere accampamenti ovunque. Per ora con i primi fondi del Consiglio d’Europa le autorità locali stanno ristrutturando una vecchia caserma vicino Sarajevo, per accogliere 400 migranti, come terzo centro profughi. Appena una goccia.

Il confine con la Croazia che va da Bihac a Velika Kladuša è divenuto lentamente un cul-de-sac, dove i migranti e i rifugiati si fermano in attesa di tentare il viaggio verso nord. Anche qui le condizioni di accoglienza sono precarie e la situazione potrà solo peggiorare con l’arrivo dell’autunno e dell’inverno: “A Bihac c’è una struttura fornita dalla municipalità per l’accoglienza, un edificio che doveva essere la Casa dello studente” racconta Greta Mangiagalli, volontaria in Bosnia-Erzegovina per l’Ong Ipsia, in supporto alla Croce rossa locale. “È un vecchio stabile mai terminato, ha il tetto danneggiato, non ha finestre, è in parte senza pareti. Vicino c’è poi un campo aperto, dove i migranti si sono accampati con le tende”, prosegue il racconto. Difficile stabilire con precisione le presenze. La Croce rossa e l’Ong italiana ogni giorno preparano circa 800 pasti, mentre l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu ha fornito sei container con le docce. Vicino a Bihac le agenzie Onu hanno allestito un centro per le fragilità, soprattutto famiglie, che può accogliere 140 persone. Complessivamente un migliaio di presenze, in una piccola città con 61 mila abitanti. L’assistenza sanitaria è garantita da Medici senza frontiere, che in accordo con l’ospedale locale garantiscono un presidio tutte le mattine. “I problemi sanitari principali sono la scabbia e le ferite dovute alla violenza soprattutto da parte della polizia di frontiera – racconta la volontaria italiana – e ai lunghi percorsi nei boschi”. Anche a Velika Kladuša, 44 mila abitanti, l’assistenza è fornita da volontari, i gruppi No name Kitchen e Sos Kladuša.

Chi supera il confine con la Croazia diventa invisibile: “I migranti e i rifugiati sanno che appena vengono visti dalla popolazione – racconta Greta Mangiagalli – viene avvisata la polizia”. L’espulsione è immediata: “Normalmente quando sono fermati i loro cellulari vengono distrutti e sono trasferiti verso la Bosnia. Molte persone tornano con segni di percosse – prosegue il racconto – che loro attribuiscono a violenze da parte della polizia”.

La meta per tutti è Trieste, punto di transito per cercare di raggiungere il Nord Europa. Quei quasi trecento chilometri dell’ultima parte del viaggio la percorrono nascosti nei boschi della Croazia e della Slovenia, invisibili, camminando per giorni e giorni. Alle spalle lasciano guerre e antichi nazionalismi.

Articolo Precedente

Veneto modello Benetton: cultura, business e Lega

prev
Articolo Successivo

Sul gommone in 61: si muove Malta. La Diciotti resta ferma a Lampedusa

next