Il presidente della Consob Mario Nava ha una via d’uscita dall’angolo in cui si è messo: ammettere che la linea tenuta in questi mesi era sbagliata e chiedere l’aspettativa dalla Commissione europea di cui è funzionario o presentare a Bruxelles le dimissioni. Il dossier sulla sua nomina, decisa dal governo Gentiloni, è sul tavolo di palazzo Chigi: il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è un giurista amministrativo e ha ben chiaro quanto è delicato il caso. Dopo lo scontro tra il ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio e il presidente dell’Inps Tito Boeri sugli effetti negativi del decreto Dignità, l’ultima cosa che Conte vuole è dare all’esterno l’impressione di un attacco dell’esecutivo all’autorità indipendente che vigila sulla Borsa. Ma a Conte è altrettanto chiaro che la situazione va risolta. E il verdetto finale spetta proprio ai commissari Consob.

Riassunto delle puntate precedenti. Quando Nava si è insediato, lo scorso 16 aprile, ha dichiarato come di rito di non avere cause di incompatibilità. Eppure la legge istitutiva della Consob è chiara: i dipendenti pubblici “sono collocati d’ufficio in aspettativa”. Nava è dipendente della Commissione europea che, sostiene chi contesta la nomina, è equiparata a un ente pubblico italiano. Ha ottenuto da Commissione e governo Gentiloni di andare in Consob in distacco, anzi, come si è scoperto poi leggendo i documenti interni, “in comando”, cioè rimanendo dipendente a tutti gli effetti della Commissione, senza quei requisiti di indipendenza che sono necessari per la Consob, dicono i critici. Ai tempi di Gentiloni la presidenza del Consiglio, il Quirinale, la Corte dei Conti e la Commissione hanno tutti dato il via libera alla nomina, anche se il distacco di Nava dura soltanto tre anni e il mandato in Consob sette. Ma questo non basta a chiudere il caso oggi, tra interrogazioni del M5S e perplessità crescenti anche nelle istituzioni.

Non c’è alcuna versione ufficiale chiara sul perché Nava si sia così impuntato invece di prendere l’aspettativa o dimettersi, come fece per esempio un altro funzionario europeo, Enzo Moavero Milanesi nel 2011, peraltro per fare il ministro in un governo con un anno di vita. Oltre alla garanzia di stipendi futuri superiori a quello da presidente Consob (240.000 euro), Nava conserva così intatte le sue prospettive di carriera a Bruxelles e può ambire a incarichi più elevati, visto che continuerà a maturare anzianità.

La potenziale incompatibilità di Nava rischia di aprire un inferno di ricorsi da parte di chi non vorrà contestare le decisioni della sua Consob e ormai è diventata anche una questione di principio per il governo e – pare – per il Quirinale. Pur nel rispetto delle rispettive competenze e dell’indipendenza della Consob, Conte ha fatto capire di non considerare affatto chiusa la questione. Anzi, non considera chiuso neppure il processo di nomina di Nava che pure si è insediato in aprile.

L’articolo 4 del regolamento interno Consob, infatti, stabilisce che “ove un componente incorra in una delle cause di incompatibilità (…), la Commissione, esperiti gli opportuni accertamenti e sentito l’interessato, stabilisce un termine entro il quale il componente è tenuto ad esercitare l’opzione”. In teoria dovrebbe essere il presidente della Consob a riferire al Consiglio dei ministri sull’esito della procedura. Ma a palazzo Chigi non danno peso al cavillo: i quattro commissari dovranno riferire al governo se Nava è incompatibile. Il premier Conte “prenderà atto” dell’esito della procedura. Tra i quattro commissari c’è in corso un vivace dialogo sul da farsi, Giuseppe Maria Berruti e Paolo Ciocca pare siano per la linea dura. Così non sarà il governo a mettere in discussione la permanenza di Nava alla Consob, ma gli altri commissari. E l’indipendenza dell’authority sarà rispettata.

Le dimissioni di Nava dalla Consob non sono uno scenario auspicato da nessuno. Ma l’economista milanese ha un unico modo per togliere tutti dall’imbarazzo: mettersi in aspettativa o dimettersi dalla Commissione Ue.

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