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domenica 15/07/2018

Migranti, prezzi aumentati e rotte modificate: così in Libia i trafficanti sono tornati a lavoro

Il “tappo” sta saltando - Da Zwara a Garabulli, i capibanda libici stanno riattivando i punti di partenza bloccati un anno fa, sfidando i mandati di arresto

È passato circa un anno da quando alcuni trafficanti di esseri umani, insieme a pezzi della Guardia Costiera corrotta a ovest di Tripoli, accettarono di sbarrare il passaggio ai migranti. I trafficanti di esseri umani si trasformarono in guardie, e le guardie tornarono a fare le guardie. Quel tratto di costa per due anni era stato il principale trampolino di lancio per le persone che cercavano un passaggio verso l’Europa.

All’epoca, Roma “mandò a dire” alle controparti libiche che se non si fossero allineati sarebbero state scovate e arrestate dalle autorità internazionali. Molti degli interlocutori libici decisero di adeguarsi alle nuove regole del gioco. E il meccanismo oramai oliato si ruppe portando alla cosiddetta ‘guerra di Sabrata’ tra i principali trafficanti della città, Ahmed Dabbashi e Mus’ab Abu Qarin.

Nel frattempo le istituzioni libiche sono state affiancate e sospinte dall’Europa a mettere in cima alle proprie priorità il flusso migratorio irregolare, ovviamente in cambio di legittimità e denari. E dunque anche le meno operative unità di Guardia Costiera o altri gruppi armati sono tornati in prima linea. Lo scorso giugno il Consiglio di sicurezza Onu ha inserito Dabbashi e Abu Qarin nella propria lista nera insieme al capo della Guardia Costiera Abdul Rahaman Milad e il responsabile della raffineria della città di Zawiya, 30 chilometri a est di Sabrata.

“Con la stretta delle forze di sicurezza sul traffico degli esseri umani, i prezzi del mercato sono aumentati molto. E i grandi pesci sono tornati a lavorare con le vecchi modalità”, ha detto al Fatto una fonte di Zawiya. E giovedì, dalle coste libiche, è partito il barcone in legno con a bordo 450 migranti.

Anche le rotte su territorio libico cambiano assetto. A Ovest di Tripoli, Sabrata e Zawiya hanno ceduto il passo a Zuwara, la città che per vent’anni è stata il principale snodo per la traversata del Mediterraneo e che negli ultimi tre anni ha visto le forze locali stringere in una morsa i trafficanti locali. “Le autorità locali da sole non possono reggere ancora a lungo. E i trafficanti stanno tornando alle loro postazioni”, spiega al Fatto una fonte di Zuwara. Secondo la Guardia Costiera di Tripoli, il barcone sarebbe partito proprio da Zuwara. A est della Capitale si estende la costa da cui partono l’80% delle imbarcazioni cariche di migranti, secondo una fonte vicina alla intelligence libica. Garabulli, 50 chilometri a oriente di Tripoli, è il principale punto di imbarco insieme alla città di Al Khoms, 50 chilometri più a est.

Già ai tempi di Gheddafi, a Garabulli erano diverse le famiglie che lavoravano nel business del trasporto dei migranti: le bianche spiagge rendono quel tratto di costa idoneo per le partenze delle carrette del mare. Le dune scoscese lungo la costa sono un reticolo di sentieri che portano alla battigia. “Quei sentieri sono stati costruiti con escavatori dagli stessi trafficanti”, spiegava tempo fa un membro della Guardia Costiera durante uno dei giri di perlustrazione.

Garabulli torna oggi a essere un importante punto di imbarco. Non solo per via dello sbarramento a ovest di Tripoli, ma anche perché, pochi chilometri a sud, a Bani Walid, si trova il principale punto di transito per i migranti tra il deserto e la costa.

Dalla nascita dello Stato Islamico a Sirte nel 2015, il punto di smistamento tra sud e nord si è spostato dalla città natale di Gheddafi, Sirte, a Bani Walid. A Garabulli, inoltre, da più di due anni non esiste una struttura, seppure minima, di forze di sicurezza.

Nel 2016 pesanti scontri a fuoco tra le milizie locali e quelle della vicina città di Misurata, portarono al fuggi fuggi generale dei gruppi armati incaricati della sicurezza.

A sud, nel Fezzan, la situazione resta completamente fuori controllo.

Bande di ladroni senza appartenenza politica si moltiplicano nel vuoto di controllo da parte del governo del premier Serraj, di base a Tripoli, e del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte dell’est del Paese.

Dal Niger i migranti continuano ad arrivare in migliaia, anche se battendo sentieri più pericolosi in seguito alle attività di controllo al confine con la Libia. Nel deserto la città-oasi di Saba, la principale nella regione del Fezzan, resta il punto di passaggio principale. Proprio alla periferia di Saba, una prigione nuova di zecca e mai utilizzata dalle autorità locali, da un paio di anni funge da magazzino per i principali trafficanti della zona.

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Cronaca
13 mila vittime nel Sahara

“Per ogni morto in mare ce ne sono due nel deserto”

“Per ogni morto in mare ce ne sono almeno due nel deserto”, ricorda Alessandra Morelli, rappresentante dell’Unhcr (l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati) nel Niger. Dalla Capitale nigerina Niamey dove lavora, Morelli descrive l’immagine di un Sahara “ingarbugliato”, tra flussi di spostamenti tradizionali (dall’Africa subsahariana verso Algeria e Libia) e nuove rotte di migranti e richiedenti asilo verso l’Europa, dove chi non ne esce vivo “rimane spesso anonimo, perfino di più che nel Mediterraneo”. Il cuore del deserto è un gigantesco cimitero da molti anni ormai. Nel giugno 2016 erano stati ritrovati al confine tra Niger e Algeria i corpi di 34 persone, stroncate dalla sete, di cui quasi la metà donne e bambini. L’anno scorso, sempre in Niger, sono stati ritrovati più di 40 corpi solo grazie alla denuncia fatta dai sopravvissuti riusciti a raggiungere il villaggio più vicino: i trafficanti li avevano abbandonati dopo il guasto del furgone su cui viaggiavano. Un episodio non raro né isolato.

Un’inchiesta giornalistica pubblicata poche settimane fa dall’agenzia stampa Associated Press (AP) ha rivelato come più di 13 mila persone – incluse donne incinte e bambini – siano decedute negli ultimi 14 mesi a causa dei respingimenti da parte dell’Algeria, che persegue una politica di porte chiuse agli immigrati. Abbandonati nel nulla senza acqua né cibo e costretti dalla polizia di frontiera algerina a camminare per raggiungere il primo villaggio del Mali o del Niger, che si trova come minimo a 10 o 20 chilometri di distanza. Con il rischio, molto spesso tradotto in realtà, di perdersi nel deserto o di soccombere per disidratazione e fatica. Algeri da parte sua si rifiuta di fornire numeri ufficiali riguardo alle espulsioni, ma in generale, l’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni (Oim) stima in almeno 30.000 i caduti nel deserto africano a partire dal 2014. Si tratta più o meno lo stesso numero di chi negli ultimi 16 anni ha attraversato il Mediterraneo. Il cimitero Sahara, purtroppo, è davvero immenso.

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