Meloni invoca la difesa cyber per giustificare l’aumento della spesa militare. Ma per quella voce ci sono briciole
La sicurezza dei frigoriferi che conservano il sangue per le trasfusioni, quella degli ospedali e delle infrastrutture civili. Sulla scia dell’allarme causato dagli attacchi hacker degli ultimi giorni, Giorgia Meloni ha evocato quelle priorità per difendere il boom delle spese per la difesa, che l’anno prossimo supereranno quota 40 miliardi di cui 17,2 destinati a produzione e acquisto di nuovi armamenti. “Non stiamo parlando semplicemente di armi“, ma di “mettere in sicurezza la quotidianità dei cittadini”, ha assicurato la presidente del Consiglio durante la passerella alla Fieracavalli di Verona. Con 2.729 “eventi cyber” registrati l’anno scorso, il 38% in più rispetto al 2024, non c’è dubbio in effetti che la sicurezza nazionale passi sempre più anche dalla protezione delle reti informatiche, dei sistemi sanitari, delle infrastrutture energetiche e delle catene di approvvigionamento. Ma, guardando le cifre, non pare che alla crescita della spesa militare si sia accompagnato un equivalente rafforzamento della cybersicurezza civile.
Premessa: ricostruire nel dettaglio la spesa per quel capitolo è impresa complessa, visto che la trasparenza su questo tipo di uscite è un optional. La documentazione parlamentare disponibile e il ddl di Bilancio consentono comunque di farsi un’idea. Partiamo da quanti soldi servirebbero. La Strategia nazionale di cybersicurezza 2022-2026, adottata nel maggio 2022 dal governo Draghi, aveva previsto che all’attuazione di progetti per la protezione degli asset strategici, la risposta alle minacce e agli incidenti e lo sviluppo di tecnologie digitali venisse destinato l‘1,2% degli investimenti nazionali lordi su base annuale: circa 5 miliardi. I fondi effettivamente messi a disposizione da allora, compresi quelli stanziati per il funzionamento della Agenzia nazionale per la cybersicurezza creata nel 2021, sono lontani da quell’obiettivo. E lo rimarranno tanto più ora che si è chiuso il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che nel quadriennio 2021-2024 ha messo a disposizione 623 milioni di euro per l’investimento Cybersecurity della Missione 1 destinato a rafforzare le difese informatiche del Paese e le capacità tecniche delle amministrazioni, la cui attuazione è stata accidentata.
Archiviato quel capitolo, che cosa resta? Al netto del finanziamento ordinario dell’Agenzia (137 milioni stando al budget 2027), la legge di Bilancio 2023, la prima del governo Meloni, ha creato per l’attuazione della Strategia nazionale un fondo da 150 milioni l’anno dal 2026 al 2037 e uno per la gestione e manutenzione dei sistemi collegati alla Strategia con 70 milioni annui dal 2025 che avrebbero dovuto salire a 71 nel 2026 e 2027. La manovra per il 2025 ha però ridotto il primo di 15 milioni l’anno, a 135, mentre un decreto sulla pa nello stesso anno ha sforbiciato il secondo di 4 milioni per 2026 e 5 milioni dal 2027 trasferendo i soldi all’Agenzia: la dotazione si ferma così a 66 milioni.
Si tratta di fondi che poi vanno ripartiti tra le amministrazioni. Ogni anno ai Servizi (Dis, Aise e Aisi) vengono per esempio assegnati soldi a valere su quei due capitoli. Le risorse che nel complesso ha a disposizione sistema di intelligence sono ovviamente ben più corpose: al programma ad hoc nel bilancio del ministero dell’Economia, battezzato “Sicurezza democratica“, andranno l’anno prossimo stando alle tabelle della manovra 1,476 miliardi di euro. Ma non è dato sapere se e quanto di quella cifra vada al contrasto delle minacce cyber.
Il ministero della Difesa dal canto suo, stando all’ultimo Documento programmatico pluriennale che risale al 2025, si occupa di cyber defense per “innalzare il livello di sicurezza cibernetica del Paese, gestire e rispondere ad eventuali incidenti e crisi cyber e tutelare gli interessi vitali (c.d. infrastrutture critiche)”. Con quante risorse in concreto? Nel testo si parla di “1,91 Mld” investiti in progetti legati alla sicurezza informatica, di cui 503 milioni previsti dalla legge di Bilancio 2025. Ma quegli 1,9 miliardi, come emerge dal profilo degli investimenti anno per anno descritto in un grafico a barre, sono la spesa totale prevista sull’orizzonte 2025-2039. Spulciando l’elenco dei programmi descritti nell’allegato, si trova che solo quattro hanno una finalità cyber dichiarata e uno stanziamento annuale identificabile. Il più consistente è Cyber Warfare-Interforze “volto al potenziamento della sicurezza e resilienza dello spazio cibernetico – incluso il rinnovamento delle soluzioni crittografiche – e allo sviluppo della capacità di pianificare e condurre operazioni cibernetiche full spectrum”, con 47,54 milioni per il 2027. Seguono Cyber Defence in ambiente marittimo, con 6 milioni destinati alla protezione delle reti e dei servizi dati della Marina, Cyber Package, con 12,92 milioni per ammodernare le componenti tecnologiche e gli strumenti di difesa, e Cyber Defence Capability dell’Aeronautica militare, con 2,2 milioni. Altri programmi più ampi, come quello dedicato alle capacità di Comando, controllo e connettività dell’esercito, da 66 milioni nel 2027, comprendono anche attività di sicurezza informatica.
Venendo al ddl di Bilancio 2027, le tabelle contengono piccoli ma significativi definanziamenti: il ministero della Giustizia perde 2,05 milioni di euro dal Fondo per l’attuazione della Strategia nazionale di cybersicurezza (quello ridotto di 15 milioni l’anno dal 2025), vedendosi azzerare gli interventi dedicati alla sicurezza informatica e digitale del Garante dei detenuti, e quello delle Infrastrutture perde tutti i 627.830 euro previsti per il Fondo dedicato alla trasformazione digitale dei servizi della Motorizzazione e alla cybersicurezza. Salvo solo il ministero degli Esteri, presso cui dall’anno scorso è stata istituita la Direzione generale per le Questioni Cibernetiche, l’Informatica e l’Innovazione Tecnologica e che nel proprio stato di previsione ha il programma “Sicurezza cibernetica, informatica e innovazione tecnologica”: a disposizione 52,3 milioni, di cui 16,2 per il personale.
Il totale per l’anno prossimo, sommando tutte le voci certe, fa poco più di 400 milioni di risorse divise in rivoli e piccoli capitoli di spesa. Intanto le minacce galoppano. Clusit, l’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, nel suo rapporto aggiornato a ottobre ha contato nel solo primo semestre dell’anno 4.911 incidenti a livello globale, un numero senza precedenti: +105% sul semestre precedente e +71% sul primo semestre del 2025. E il settore pubblico è tornato ad essere il più colpito: non accadeva dal 2021. L’Italia, con 245 incidenti confermati, vede un aumento più contenuto. Ma la diffusione e permanenza sul dark web di dati e richiesta notizie dietro compenso su personalità pubbliche ritenute “ostili alla Russia“ come il ministro degli Esteri e il procuratore capo di Roma non rassicura.