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KFC in alta montagna? Va bene indignarsi per il pollo fritto, ma forse è già tardi

La catena di fast food apre due ristoranti a Cortina e Madonna di Campiglio nello sconcerto generale. Volete la tradizione? Chiedetevi da dove arriva quel cervo e polenta ordinato
KFC in alta montagna? Va bene indignarsi per il pollo fritto, ma forse è già tardi
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Eccola, la città in montagna. Certo, leggere che una catena statunitense di fast food apre due ristoranti a 2mila metri di quota lascia sconcertati. Poi verifichi dove: Cortina d’Ampezzo e Madonna di Campiglio. E dal momento che le critiche rivolte a KFC e ai suoi polli fritti – che immagino essere buonissimi, io non li ho mai mangiati, ma altrimenti non mi spiegherei il successo – ecco, dal momento che le critiche sono sintetizzabili in “addio autenticità, è la morte della montagna”, la domanda che mi faccio è: siamo sicuri che in quelle due località – e in tante altre, ahinoi – sopravviva ancora qualcosa di assimilabile alla cultura delle terre alte?

Sono stato a Madonna di Campiglio, per la prima volta, quattro anni fa. Per ragioni di lavoro: corso d’aggiornamento dei maestri e delle maestre di sci alpino. Da allora, e prima di allora, la mia posizione sulla pratica dello sci alpino, e su tutto ciò che gli ruota intorno, ha assunto una dimensione di maggiore consapevolezza che mi ha condotto ad abbandonarlo a favore di attività più rispettose dell’ambiente, come l’alpinismo e il trekking (con o senza ciaspole). Chiusa parentesi. Dicevo, Madonna di Campiglio.

Il ricordo che conservo del paese, quando vi camminavo – siamo oltre i 1.550 metri di altitudine – è una sensazione di esclusione. Uno stato d’animo che avevo vissuto, in precedenza, anche a Courmayeur, dove ero di passaggio, e a Cortina d’Ampezzo, dove mi trovavo per documentare gli effetti della crisi climatica. D’altra parte sono località che tra loro si somigliano: negozi di lusso di note marche internazionali, macchinoni da decine e decine di migliaia di euro, prezzi folli ovunque, a partire dalle abitazioni. In piazza, ricordo, vendevano ostriche e champagne. Sono certo che se avessi fermato dieci persone a caso, nessuna sarebbe stata in grado di dirmi il nome delle vette più famose della zona.

E allora, il pollo fritto di KFC. Ci stupiamo, ci indigniamo, invochiamo i piatti della nostra tradizione, senza sapere che il cervo con polenta che abbiamo ordinato viene dall’Est Europa. O che il vitello reso più appetibile, alla vista, sotto forma di cotoletta o di spezzatino, viene dagli allevamenti intensivi della tanto detestata pianura: gli stessi allevamenti intensivi del pollo fritto di cui sopra. Più raramente ci indigniamo se l’ennesimo versante di montagna viene sventrato per fare posto all’ennesimo impianto di risalita che serve l’ennesima pista da sci, alterando habitat, minacciando la sopravvivenza di specie animali. Riducendo la biodiversità. E quasi mai ci indigniamo se la politica continua a investire in un modello socio-economico, per le terre alte, non più sostenibile. E se non fa nulla per avviare una transizione davvero utile che possa permettere alle persone di abitare in montagna con una prospettiva di lungo termine, e di viverci dignitosamente.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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