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Ronaldo, la fine di un’era: ormai era solo una presenza ingombrante. L’ultimo assist a Jorge Jesus: “Gli ha tolto diversi problemi” | Il commento

Ha indossato la maglia della nazionale in 234 partite e ha segnato 146 gol, ha partecipato a 6 Mondiali e 6 Europei, è stato ispiratore dei successi all’europeo (2016) e in Nations League (2019 e 2025)
Ronaldo, la fine di un’era: ormai era solo una presenza ingombrante. L’ultimo assist a Jorge Jesus: “Gli ha tolto diversi problemi” | Il commento
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È davvero la fine di un’epoca: dopo l’addio di Leo Messi alla nazionale argentina nell’amichevole contro il Benin giocata il 7 ottobre, ecco l’annuncio di Cristiano Ronaldo che, con un video su Instagram, ha salutato a sorpresa la selezione portoghese, facendo sprofondare il paese in un giorno di fado e saudade. I due grandi protagonisti degli ultimi 20 anni di calcio si sono arresi all’età e al tempo che passa: con malinconia, ma tutto sommato sereno Messi; con rabbia repressa e amarezza, dopo la lite con il ct Jorge Jesus a settembre, CR7.

Qualcosa era già circolato mercoledì sera. L’ex arbitro Pedro Proença, dal febbraio 2025 presidente della federazione, era stato informato da Cristiano. Il giocatore ha invece volutamente ignorato Jesus, con il quale ha rotto i rapporti la sera della fuga dal ritiro di Copenaghen (30 settembre), vicenda costata al giocatore una squalifica di 30 giorni e una multa ridicola da 255 euro. CR7 era stato inserito nella prelista da 50, ma con un contropiede fulmineo, come ai bei tempi, ha piazzato la contromossa. Le convocazioni per le due gare di Nations League, che il Portogallo giocherà contro Danimarca e Galles, saranno diramate venerdì: il messaggio social di Ronaldo ha anticipato i tempi.

Alla soglia dei 42 anni, che il fuoriclasse di Funchal celebrerà il 5 febbraio, l’addio alla nazionale rientra nella logica delle cose. Ha sorpreso, semmai, la longevità di una storia durata quasi un quarto di secolo: ci sono compagni di squadra che quando Cristiano debuttò con il Portogallo, nel 2003, non erano ancora nati. Ancora una volta, c’è un enorme contrasto con la vita parallela di Messi. L’addio di Leo ha scosso l’Argentina, ma è stato vissuto in una certa normalità. Era scritto dalla sera della sconfitta nella finale mondiale con la Spagna (19 luglio) che l’epoca-Messi nella Selecciòn fosse al capolinea.

Ronaldo, uscito male dal mondiale, aveva invece manifestato l’intenzione di andare avanti, contro tutto e tutti. Il fuori programma è stato Jorge Jesus, portoghese a tutto tondo: spigoloso, ombroso, orgoglioso. Lo scontro tra i due, che pure avevano condiviso l’avventura in Arabia nell’Al Nassr, ha spezzato equilibri ormai precari. Il mancato ingresso in campo nel match contro la Norvegia (27 settembre, 2-1 per il Portogallo) e le dichiarazioni del tecnico, che pur riconoscendo la diversità dello status di CR7 aveva rivendicato i principi universali della sua gestione dei giocatori, hanno creato una frattura insanabile.

La fuga dalla Danimarca di Cristiano ha segnato in modo irrimediabile questa vicenda. I tifosi di una nazione di undici milioni di abitanti, adagiata nell’estremità occidentale dell’Europa, si sono divisi tra pro e contro. I media hanno invece mostrato il pollice all’ingiù: enorme rispetto per un campione che ha indossato la maglia della nazionale in 234 partite e ha segnato 146 gol, ha partecipato a 6 Mondiali e 6 Europei, ispiratore dei successi all’europeo (2016) e in Nations League (2019 e 2025), ma anche la consapevolezza di un inevitabile declino fisico – nonostante la proverbiale cura del proprio fisico da parte del giocatore – e la necessità di voltare pagina. CR7 era diventato ingombrante. Da giocatore che risolveva i problemi era diventato, con l’inesorabile avanzare degli anni, uno che li creava.

Nell’era dei social, CR7 è stato la figura più iconica del Portogallo di questo primo quarto di secolo. Non a caso, giornali, radio, tv e siti parlano di “fine di un’era”. Ha sovrastato tutti: politici, artisti, intellettuali. Ha dominato la scena: all’inizio con la forza del ragazzo povero diventato un fuoriclasse del calcio mondiale e poi, nel finale, con la sua dimensione di star globale. In nazionale, c’è stato un CR7 dal 2003 al 2019: trascinatore, decisivo, spettacolare. Dalla pandemia in poi, il secondo atto: numeri record, ma anche prestazioni spesso non all’altezza della sua fama. Cristiano era diventato troppo scomodo e probabilmente solo un personaggio come Jorge Jesus avrebbe potuto metterlo alla porta.

In un raro barlume di umiltà, nel suo messaggio CR7 ha ammesso: “Volevo vincere, essere il migliore, fare la storia. Ho commesso anche errori, ma non ho mai mollato”. Ha affidato la maglia numero 7 ad altri padroni: “Non l’ho mai sentita come esclusivamente mia, è giunto il momento di consegnala al futuro”. Nell’addio alla nazionale, Cristiano ha parlato del suo popolo e degli emigranti ai quali ha regalato momenti di gioia nelle loro fatiche quotidiane. Si è sentito molto portoghese nei giorni amari delle sconfitte “perché noi siamo questi, soffriamo insieme e ci rialziamo insieme”. Ha celebrato il momento dell’inno “come uno straordinario collante che unisce generazioni e classi sociali”.

Un CR7 persino ecumenico, omaggiato dal premier Luìs Montenegro con una frase a effetto: “Il suono di Cristiano si consegna all’eternità”. Il presidente della Repubblica, il socialista Antònio José Seguro, ha affermato: “Ha portato il nome del paese in tutto il mondo”. La federazione, che dovrà studiare un saluto adeguato alla statura del personaggio, parla di un fuoriclasse che “si è caricato il paese sulle spalle”. Qualcuno, mettendo da parte la retorica e anche una certa ipocrisia, fa però notare che l’ultimo assist di Ronaldo è stato per il ct con il quale ha litigato: “Ha sottratto Jorge Jesus da alcuni problemi”. Vedendo come il Portogallo ha battuto Danimarca (4-2 a Copenaghen) e Norvegia (2-1 a Porto), non si fatica a credere che era davvero ora di entrare nel futuro. L’ultima gara di Cristiano in nazionale è quella vinta 1-0 contro il Galles il 24 settembre 2026, allo stadio José Alvalade, dove CR7 iniziò la sua carriera professionistica con lo Sporting Lisbona nel 2002. Un segno del destino.

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