Lotito e Gattuso, la rivincita dei due reietti del calcio italiano
Qualche anno fa, diventò tremendamente virale un’intervista post partita in cui il bomber Picci, quand’era ancora un onesto mestierante d’area di rigore e non un fenomeno da social, consegnò agli annali la più iconica dichiarazione di rivalsa del calcio di provincia: “Sono felicissimo. Due mesi fa non mi voleva neanche mia madre a casa mia”. Dev’essere più o meno questo lo spirito oggi di Claudio Lotito e Gennaro Gattuso.
Dell’incredibile primato della Lazio, il primo in solitaria di questa Serie A, colpisce soprattutto il parallelismo nelle parabole di presidente e allenatore: gli artefici di questo miracolo sportivo, erano (Lotito per molti lo è ancora) i due grandi reietti del pallone italiano. Sul senatore-patron si è già detto e scritto praticamente tutto negli ultimi mesi: la protesta senza quartiere che ha svuotato l’Olimpico e non si placa nemmeno adesso, con sullo sfondo il complotto per sfilargli la proprietà del club. Genuina o orchestrata che sia, la frattura con la città, unita poi ai suoi modi di fare, la condotta imprenditoriale, il continuo brigare pure in Parlamento, lo hanno reso semplicemente impresentabile. Trovate qualcuno che abbia speso una sola buona parola sul suo conto di recente.
Non dissimile la situazione di Ringhio. C’era la sua firma sulla terza mancata qualificazione ai Mondiali della nazionale, e non da semplice capro espiatorio, ma mettendoci tanto del suo con la sciagurata gestione tattica dello spareggio in Bosnia. Un’onta che porterà sempre con sé, dopo i fallimenti con Milan, Napoli, Valencia, Marsiglia, Hajduk Spalato. Esaurito persino il credito di cui godono i campioni del mondo del 2006, la sua carriera sembrava praticamente finita. Tutti lo consideravano un allenatore neanche di Serie B, ma di Serie C. Probabilmente è per questo che si sono trovati. Col mercato bloccato, l’ambiente in subbuglio, lo stadio vuoto, Lotito aveva bisogno di un disperato, o di un brocco, che si sedesse su quella panchina: nessun allenatore decente avrebbe mai accettato in quelle condizioni. Gattuso, d’altra parte, una piazza come Roma poteva sognarla soltanto in cartolina. Forse è anche per questo che sta funzionando l’improbabile sodalizio, su cui onestamente nessuno avrebbe scommesso un centesimo. Entrambi non avevano quasi più niente da perdere (che altro gli era rimasto), e tutto da dimostrare. Giocando sul vantaggio di aspettative nulla – si parlava addirittura di retrocessione da evitare in estate – hanno costruito insieme quella che oggi è a tutti gli effetti la miglior squadra della Serie A.
Questo cambia il giudizio e la storia su Lotito e Gattuso? Ovviamente no, restano Lotito e Gattuso, un presidente con qualche indubbio pregio ma troppi difetti, un allenatore modesto di provincia, che però in condizioni particolari e difficili dimostra di potersi esaltare. Così come non cambiano le prospettive del club: è più facile che questa squadra ripercorra le orme della Lazio di Baroni (che pure partì bene, anche se non così tanto, per poi implodere sul finale), che di un novello Leicester italiano. Lo scudetto rimane una chimera, però intanto il vantaggio di 11 e 14 punti su Juventus e Napoli comincia ad essere davvero importante per il posizionamento nelle coppe: con la Champions, il patron avrebbe fatto nuovamente bingo (questo sì che cambierebbe il futuro societario), ma anche la qualificazione all’Europa League sarebbe clamorosa, viste le premesse. Comunque il loro obiettivo è già raggiunto: Lotito respira, perché anche se la protesta non arretra è meno rumorosa, hai voglia a criticare una squadra prima in classifica. Gattuso è di nuovo un allenatore credibile. Entrambi si sono guadagnati un altro anno di Serie A, e non da reietti.