Montecarlo, fermato inviato del “Fatto”: “Volevo seguire il summit di ‘Keren Ayeshod’, la più potente organizzazione sionista. Le mie tre ore con la polizia”
Montecarlo – Si chiama Keren Ayeshod. Fondata nel 1920 con l’obiettivo di sostenere il futuro stato di Israele, è una delle più antiche e potenti organizzazioni sioniste a livello mondiale. Non ha mai smesso di raccogliere fondi destinati a Israele ed è la ragione che ci ha portato nel principato di Monaco. L’appuntamento di questa sera, domenica per chi legge, è a una cena di gala alla Sala Empire del prestigiosissimo Hotel de Paris, centralissimo albergo di lusso di fronte al casinò di Montecarlo. Si entra solo con invito privato, riservato a un parterre selezionatissimo di miliardari e persone influenti. È un evento interessante, da un punto di vista giornalistico. Per cosa si propone di finanziare, per i suoi testimonial e per chi lo finanzia, e anche per l’aura di segretezza che lo circonda: pur essendo un evento di fundraising, non esistono avvisi pubblici di alcun tipo.
Sono arrivato nella piazza centrale di Montecarlo poco dopo le 18, un’ora prima dell’inizio della serata. A presidiare i due ingressi è un servizio d’ordine impressionante. È impossibile varcare la soglia dell’albergo. Provo a mischiarmi tra la folla di turisti, consapevole di non poter passare inosservato per molto tempo. Scatto qualche foto e un paio di video, molto da lontano e poco rilevanti, anche per quello che sarebbero gli obiettivi del servizio. È così che nel giro di poco, vengo approcciato dalla prima pattuglia. Vogliono sapere cosa sto facendo, mi qualifico come giornalista. Siamo ancora nella piazza e la procedura è lunga, dura quaranta minuti, comprende la consegna del documento di identità e della tessera professionale. Richieste comprensibili, come la testata per cui lavoro, insieme ad altre che ci si aspetterebbe in contesti criminali ben più gravi di questo, come le generalità dei miei genitori, una richiesta motivata con la necessità di identificarmi e non incorrere in omonimie. Chiedo se ho commesso qualche illecito, mi viene risposto che non si possono scattare foto a un evento privato. Faccio notare che sono su una piazza pubblica. Chiedo esplicitamente se posso restare dove sono e mi viene risposto di sì, a patto che non vada a infastidire gli ospiti. Vengo però avvicinato da una seconda pattuglia, cosa che inizialmente mi lascia interdetto: spiego di essere stato appena identificato. Mi spiegano che qualcuno all’interno si è lamentato. Ora gli agenti sostengono che il problema sia che la piazza sia privata, del casinò, non più pubblica come prima, e che non si possa sostare nemmeno lì. Dopo una comunicazione con un superiore vengo portato in commissariato. Nel frattempo si sono fatte le 21.30.
Una volta in commissariato non mi è più consentito di usare il cellulare. Vengo preso in carico da due ispettrici, giovani e gentili. Comincia una radiografia dei miei dati personali e familiari. Seguono foto segnaletiche. Poi le impronte digitali complete. C’è ancora tempo per un secondo passaggio dalla celletta. Poi vengo trasferito in sala d’aspetto. Posso tornare a usare il cellulare, ma, curiosamente, non posso lasciare il commissariato, non fino alle 23, ora della fine dell’evento. Evidentemente è troppo alto il rischio che chi si è sentito disturbato, si lamenti ancora.