Tre serie tv che interrogano il Pakistan sul ruolo della donna e la sua libertà
Una donna subisce uno stupro e decide di chiedere giustizia. L’uomo che accusa ha denaro e potere; lei deve affrontare anche il sospetto di chi dovrebbe ascoltarla. Quanto costa prendere parola quando tutti vorrebbero il tuo silenzio? È da questa domanda che vorrei farvi entrare in un Pakistan diverso da quello raccontato soltanto attraverso crisi e violenza.
La donna si chiama Sehar ed è la protagonista di Case No. 9, interpretata da Saba Qamar, una delle grandi attrici pakistane. La serie, trasmessa da Geo Entertainment, segue la sua battaglia per la giustizia. In Pakistan queste fiction vengono chiamate “drama”: storie di amori, famiglie e conflitti sociali, soprattutto in urdu. Per un lettore italiano il paragone immediato è con le nostre serie.
Da italo-pakistano, vedo in queste storie un ponte tra due mondi. Cambiano la lingua e gli abiti, ma certe domande ci riguardano da vicino: perché una donna che denuncia deve difendere anche la propria reputazione? Perché la sua libertà dovrebbe dipendere dal consenso di un uomo? Il femminismo che mi interessa in questi racconti prende forma nelle conseguenze concrete di una scelta.
L’India ha una grande industria cinematografica, in Pakistan il cinema è fragile e la televisione ha trovato una strada più solida. Alle spalle c’è la PTV, la televisione pubblica, dove scrittori e autori teatrali hanno formato una scuola del dialogo e dei personaggi. Oggi reti come HUM TV, ARY Digital e Geo Entertainment portano avanti questa eredità, affiancate da Green ed Express Entertainment.
Le donne pakistane hanno contribuito a costruire questo patrimonio. Molti successi nascono dai romanzi di autrici come Umera Ahmed e Farhat Ishtiaq. Le riviste popolari in urdu hanno alimentato un rapporto tra scrittrici e lettrici, desideri, frustrazioni e pressioni familiari sono diventati narrativa, poi televisione. Il settore attinge anche a sceneggiature originali, firmate da donne e uomini.
Un’altra porta d’ingresso è Sar-e-Rah, una miniserie di sei episodi. Sempre Saba Qamar interpreta Rania, che prende il volante del taxi del padre malato per mantenere la famiglia. Un gesto quotidiano diventa una sfida: può una donna lavorare nello spazio pubblico senza dover giustificare continuamente la propria presenza? Attraverso i suoi passeggeri emergono matrimoni imposti, aspirazioni negate e il peso dell’“onore” familiare.
È questa la televisione che considero preziosa. Per una donna alla quale viene impedito di lavorare, una protagonista che guadagna e decide può rendere immaginabile un’altra vita. Quando un racconto affronta il divorzio, la violenza sessuale o la ricerca di giustizia, porta in casa domande spesso soffocate. La fiction non elimina gli ostacoli economici e sociali, ma può dare parole a chi vive nel silenzio. Farlo davanti a un pubblico nazionale richiede coraggio soprattutto in un paese come in Pakistan.
L’autonomia passa anche dal denaro. In Kuch Ankahi, una commedia familiare, una giovane agente immobiliare cerca di farsi strada mentre la sua famiglia affronta una disputa sulla casa. Tra ironia e relazioni, emergono i diritti patrimoniali delle donne, le molestie sul lavoro e le pressioni a sposarsi. Mi colpisce che una storia possa farci sorridere e, nello stesso tempo, chiedere perché una figlia debba rinunciare alla propria indipendenza.
Non considero ogni drama automaticamente emancipatore. Esistono produzioni che premiano la donna soltanto quando sopporta tutto o confondono il controllo maschile con l’amore. Proprio per questo voglio valorizzare le storie capaci di discutere quelle regole. il loro successo dimostra che una protagonista può coinvolgere il pubblico anche quando sceglie di ribellarsi.
Il seguito in India, raccontato anche da quotidiani in inglese come The Indian Express, nasce dalla vicinanza linguistica tra urdu e hindi e da conflitti familiari riconoscibili. Conta il formato, molte storie finiscono in poche decine di episodi, senza chiedere anni di fedeltà come le serie indiane che durano anni con più 200 episodi.
Poi arriva la musica, la ciliegina sulla torta, melodie che accompagnano i personaggi e restano nella memoria oltre gli episodi. Coke Studio, il progetto pakistano che incontra tradizioni e suoni contemporanei, è distinto dalle colonne sonore, ma esprime la ricchezza dello stesso ambiente creativo.
Il viaggio continua nel mondo arabo, grazie al doppiaggio, e tra le comunità pakistane e indiane nel Golfo, nel Regno Unito, in Nord America e in Australia. ARY ha anche annunciato una propria piattaforma, “ARY Plus” una scommessa sul valore futuro del catalogo, possiamo chiamarlo un “Netflix pakistano”.
Io vorrei che anche in Italia questo Pakistan trovasse ascolto. Cominciare da un promo può voler dire incontrare una donna che, in un’altra lingua, sta chiedendo qualcosa che comprendiamo benissimo: il diritto di essere padrona della propria vita.