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Milano dopo la guerriglia urbana: vetrine in frantumi e danni. Una sessantina di fermati di cui la metà ragazzini e 25 feriti

Giovanissimi arrivati dalle periferie, dall'hinterland e da altre province gli autori delle violenze, La differenza rispetto alle devastazioni del primo maggio 2015, durante le proteste contro Expo, è evidente: allora la città era stata messa a ferro e fuoco da gruppi organizzati, mentre questa volta a emergere è stata l'azione di nuclei di giovani che si sono mossi senza un coordinamento apparente
Milano dopo la guerriglia urbana: vetrine in frantumi e danni. Una sessantina di fermati di cui la metà ragazzini e 25 feriti
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Milano si risveglia lentamente, mentre la città prova a cancellare i segni della guerriglia urbana che sabato 17 ottobre ha trasformato il centro in un campo di battaglia. Le strade sono state ripulite, i tavolini dei bar tornano al loro posto e qualcuno si adopera per rialzare transenne e biciclette rovesciate. Ma le vetrine sfondate, i negozi saccheggiati e gli arredi bruciati raccontano ancora una giornata di violenza che, almeno nelle dimensioni raggiunte, nessuno sembrava aspettarsi.

Il bilancio è ancora provvisorio. Sono circa sessanta i giovani fermati, più della metà minorenni, mentre i feriti sono almeno 25, nessuno in gravi condizioni. Tra loro figurano anche appartenenti alle forze dell’ordine, una decina secondo una prima ricostruzione, mentre altri resoconti riferiscono di almeno quattro agenti feriti. Le cifre definitive sono attese nelle prossime ore, ma il quadro restituisce già la portata degli scontri: una città investita per tutto il pomeriggio da una violenza che ha rapidamente travolto la manifestazione contro il caro vita e il costo dei carburanti.

Da corteo contro il carovita a guerriglia urbana

La protesta era nata per denunciare l’aumento del costo della vita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale. La manifestazione principale, organizzata da Italia in piazza, è stata però progressivamente oscurata dall’azione di gruppi di giovanissimi che si sono mossi in modo frammentato, senza un coordinamento riconoscibile e in piccoli nuclei. Secondo la ricostruzione della polizia, centinaia di ragazzi sono arrivati dalle periferie milanesi, dall’hinterland e anche da altre province. Tra loro giovani di origine straniera e italiani, molti con il volto coperto. La protesta ha così cambiato natura, lasciando spazio a sassaiole, bombe carta, lanci di bottiglie e pietre, transenne utilizzate come ostacoli e cestini dei rifiuti incendiati.

Le prime cariche di alleggerimento, iniziate in via Broletto, hanno innescato una sequenza di inseguimenti e arretramenti tra le forze dell’ordine in assetto antisommossa e i manifestanti. La polizia ha dovuto ripiegare in attesa di rinforzi, mentre gli scontri si allargavano a diverse zone del centro.

Piazza Duomo sotto assedio

Il simbolo della giornata resta piazza Duomo, occupata da centinaia di giovanissimi vestiti di nero. Sotto il lancio di bombe carta, bottiglie e transenne, gli agenti sono stati costretti ad arretrare. La piazza è diventata teatro degli scontri, fino alle immagini delle fiamme e dei turisti che continuavano a scattare fotografie e selfie anche mentre intorno si consumava la guerriglia.

Per contenere la situazione, la polizia ha circondato l’area con una ventina di mezzi, tra cellulari e jeep del reparto mobile. Ma il gruppo iniziale si è disperso in diversi rivoli, riproponendo lo stesso copione in altri punti della città: lacrimogeni, pietre lanciate contro le forze dell’ordine, vetrine distrutte e arredi urbani dati alle fiamme. Anche in serata la tensione non era del tutto rientrata: un gruppo ha circondato una volante della polizia, prima di essere bloccato e fermato.

I danni più evidenti alle attività commerciali si concentrano lungo corso Vittorio Emanuele II, una delle principali strade dello shopping, e in via Mazzini. La conta è ancora in corso: alle vetrine infrante si aggiungono i negozi saccheggiati, i tavolini divelti e i cestini bruciati. Un inventario ancora incompleto, destinato a restituire nelle prossime ore una misura più precisa delle conseguenze materiali della giornata.

I feriti e i fermati

Negli ospedali sono stati medicati almeno 25 feriti. Nessuno risulta grave, ma tra le persone coinvolte ci sono giovani manifestanti e agenti. Una ragazza ha riportato una ferita alla testa, mentre altri ragazzi sono rimasti in ospedale per accertamenti. Anche sui volti di alcuni poliziotti sono rimasti i segni degli scontri.

Il numero dei fermati, attualmente intorno alla sessantina, potrebbe aumentare. La metà, secondo le prime informazioni, è minorenne. Un dato che contribuisce a definire il profilo di una giornata in cui la violenza è stata esercitata soprattutto da giovanissimi.

Nei resoconti della giornata ricorrono etichette come “maranza” e “giovani di seconda generazione”. Ma queste definizioni, da sole, non spiegano chi fossero i partecipanti né le ragioni della loro presenza. I cognomi italiani tra quelli dei fermati testimoniano, del resto, una composizione che non si lascia ricondurre a una sola origine. Secondo la ricostruzione riportata, molti dei ragazzi che hanno devastato il centro vivono tra Milano e il suo hinterland.

La differenza rispetto alle devastazioni del primo maggio 2015, durante le proteste contro Expo, è evidente anche nel racconto degli episodi: allora la città era stata messa a ferro e fuoco da gruppi organizzati, mentre questa volta a emergere è stata l’azione di nuclei di giovani che si sono mossi senza un coordinamento apparente.

La città riparte, ma la ferita resta

Già dalla sera di sabato, alcuni cittadini si sono messi al lavoro per sistemare quello che era stato rovesciato. Tavolini rotti da spostare, transenne da rialzare, biciclette da rimuovere dalle strade: piccoli interventi che hanno accompagnato il tentativo di restituire al centro il suo volto abituale. Domenica mattina i tavolini dei bar erano di nuovo pronti ad accogliere i clienti e i turisti.

La normalità, però, non cancella le domande lasciate dagli scontri. Per il sindaco Giuseppe Sala, le ragioni della protesta erano comprensibili, ma “le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili”. Il primo cittadino ha invitato la politica a scegliere se strumentalizzare quanto accaduto per ottenere consenso oppure affrontare con saggezza un momento storico difficile.

La condanna del governo è stata altrettanto netta. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito che manifestare è un diritto, ma che “mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è»” chiedendo alle opposizioni di non essere ambigue.

Le polemica sulle minacce dopo gli scontri

Alla violenza nelle strade si è aggiunta quella delle minacce online o presunte tali, perché a un certo punto l’autore dei post parla di “polemica” e ringrazia chi ci è cascato. La pagina Instagram “Cori beceri 4.0”, seguita da oltre 20mila persone, ha pubblicato un messaggio intimidatorio rivolto ai giovani accusati di aver distrutto Milano. Nel testo si afferma che alcuni utenti conoscerebbero nomi, cognomi e indirizzi dei presunti responsabili e si minaccia di andare a cercarli, coinvolgendo anche i loro genitori.

La pagina ha inoltre diffuso un elenco di nominativi e indirizzi, invitando altri utenti a contribuire. In una storia successiva è stato lanciato un appello a recarsi nei quartieri di Affori e Comasina per affrontare alcune persone, con un riferimento alla possibile presenza della polizia e all’uso delle mani in caso di difesa. Successivamente sulla stessa storia è comparso anche un contrordine e la frase su ronde mai evocate: “… Compagni era tutto finito. Nomi compresi eppure qualcuno ci è cascato in pieno contribuendo a diffondere una storia senza verificare nulla. Un ringraziamento speciale alle pagine con cui collaboriamo quotidianamente che si sono esposte. Alla prossima polemica, compagni”.

Sono messaggi che aprono un ulteriore fronte di tensione, oltre quello dei danni materiali e delle responsabilità per gli scontri, ma anche quello della provocazione e della polemica sotto forma di minacce. Mentre la città torna lentamente alla normalità e attende il bilancio definitivo di feriti, fermi e devastazioni, resta il rischio che la rabbia della giornata si trasformi in nuove intimidazioni. Milano si rimette a lucido, come già accaduto dopo altre giornate difficili. Ma questa volta, dietro le vetrine da riparare e le strade ripulite, rimane una domanda più difficile da archiviare: come una manifestazione contro il carovita sia potuta diventare, nel giro di poche ore, una guerriglia capace di travolgere il centro della città.

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