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L'inchiesta di ProPublica su Nike: "Taglio la stoffa per 1.600 paia di scarpe ogni giorno" - 3/4

“Una maglietta vale più di due settimane di stipendio”: i lavoratori del Sud-est asiatico denunciano paghe da fame e condizioni di lavoro durissime. BBC e ProPublica hanno indagato sui fornitori di Adidas e Nike, mentre in Europa - e anche in Italia - una divisa costa sempre di più
L'inchiesta di ProPublica su Nike: "Taglio la stoffa per 1.600 paia di scarpe ogni giorno" - 3/4
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L’inchiesta di ProPublica su Nike: “Taglio la stoffa per 1.600 paia di scarpe ogni giorno”

La posizione di Nike è sempre stata la stessa: pagare gli operai delle fabbriche – che producono i loro prodotti – circa il doppio del salario minimo locale. Per un’affermazione ribadita anche nel 2021, le esperienze dei lavoratori in Indonesia raccontano tutt’altro. “Sono tutte s*******e”, ha rivelato a ProPublica un funzionario sindacale di Giacarta. “Nike non sta pagando il doppio del salario minimo”, ha replicato uno di Giava Centrale, una regione con salari più bassi dove le fabbriche appaltatrici di Nike si stanno espandendo. “Anzi, è vero il contrario. Stanno cercando manodopera a basso costo”. Oltre 250mila dei lavoratori impiegati guadagno solo 150 dollari al mese (ovvero 112 sterline). Al quotidiano The Oregonian due operai del Vietnam – il più grande centro di produzione di Nike – ha invece dichiarato di guardare il salario minimo. Altri addirittura il doppio.

“Un’azienda che cerca di ingannare non pubblicherebbe volontariamente i dati salariali, non riconoscerebbe apertamente il proprio percorso di miglioramento né si sottoporrebbe al controllo di terzi”, era stata la risposta di Nike in un comunicato stampa. Ma la trasparenza è limitata. Perché quasi mezzo milione di lavoratori sono esclusi dal calcolo. E Nike non rivela quali fabbriche, o quali lavoratori, siano stati esclusi. Si dice che i dati riguardino i suoi partner più importanti, che rappresentano una quota sproporzionata della produzione. Secondo Sandra Cho – responsabile per i diritti umani di Nike – l’obiettivo principale dell’azienda in materia di salari è garantire che siano sufficientemente alti da coprire le spese di base e qualcosa in più, un concetto noto come salario dignitoso (il living wage). Nike ha dichiarato che il 66% dei lavoratori dei suoi fornitori guadagna un salario dignitoso. Ma i calcoli per il living wage possono variare e non sempre corrispondono alla realtà.

I lavoratori intervistati vicino a Giacarta nel corso dell’inchiesta, dove il salario minimo locale è apparentemente superiore al salario dignitoso, hanno fatto intendere che non è comunque sufficiente per vivere. Una di loro ha raccontato di svegliarsi tutti i giorni prima dell’alba per allestire un piccolo negozio davanti a casa in cui vende generi alimentari, acqua, sigarette e snack. Mezz’ora dopo l’apertura, nei giorni feriali, esce per andare al lavoro in fabbrica. Nelle successive otto ore, mentre il marito si occupa del negozio, lei lavora in piedi, spesso in condizioni di caldo torrido, tagliando la stoffa per 1.600 paia di scarpe da ginnastica Nike, una ogni 18 secondi. Rientra nel suo piccolo appartamento verso le 18:30, cena velocemente, poi torna al negozio fino alle 22:00. “Torno sempre a casa tardi, a volte con il caldo e la pioggia, ma lo sopporto comunque per soddisfare i miei bisogni e quelli di mio figlio”.

Per capire il rapporto tra Nike e i salari dei lavoratori bisogna fare qualche passo indietro. Perché la possibilità di produrre scarpe a costi bassissimi è stata, fin dall’inizio, uno dei pilastri del successo del marchio americano. Il fondatore Phil Knight aveva creato il modello di pensiero: sfruttare i bassi costi della manodopera all’estero per vendere scarpe a prezzi competitivi. Knight era convinto che questo sistema non favorisse solo le imprese, ma anche i Paesi coinvolti, contribuendo alla loro crescita economica. Una convinzione che Nike continua a difendere ancora oggi. C’è chi non riesce a comprare libri, scarpe e l’occorrente per i figli che frequentano le scuole elementari. C’è chi anche è costretto a cercare un secondo lavoro; alcuni allevano pesci o raccolgono rottami metallici. Altri vendono caffè e cosmetici direttamente in fabbrica, rischiando però sanzioni disciplinari e persino il licenziamento. Gli stessi lavoratori riconoscono che le fabbriche che producono per Nike offrono generalmente condizioni migliori rispetto ad altre realtà locali. Gli ambienti sono più puliti, gli stipendi arrivano puntualmente e le norme vengono perlopiù rispettate.

L’inchiesta, dunque, riconosce che le fabbriche fornitrici di Nike hanno generalmente condizioni migliori rispetto ad altre realtà locali. Il problema principale, però, è un altro: resta la distanza tra gli stipendi dichiarati dall’azienda e il potere d’acquisto effettivo dei lavoratori, oltre alla mancanza di dati sufficientemente dettagliati per verificare quanto Nike comunichi pubblicamente.

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