Infortuni e lamentele: sulla maxi-sosta per le Nazionali tira aria di restaurazione. Ma il problema è il gigantismo del calcio moderno
Il Como era senza Moise Kean, per cui Cesc Fabregas ha anche avuto modo di polemizzare con la Federazione, e chissà se con lui in campo il big match contro la Roma sarebbe finito ugualmente 0-0. Nel ritiro azzurro si sono fatti male pure Raspadori, Vergara, Zaniolo (ricaduta) e Favasuli (in Under21), con le altre nazionali problemi più o meno gravi anche per Gudmundsson, Olivera, Holm. Mentre all’estero piangono per Mbappé, Raphinha, Havertz, Isak e tanti altri. La prima giornata di campionato dopo 20 giorni di pausa porta addosso i segni della nuova maxi-sosta per le nazionali. Invocata per anni, già non piace più a nessuno.
Eppure sulla carta l’idea era buona (e secondo noi lo rimane tutt’ora): prendere le soste di settembre e ottobre, che così immediate e ravvicinate spezzavano subito il ritmo della stagione appena iniziata, e fonderle in un’unica, grande finestra di tre settimane, leggermente posticipata a cavallo di settembre-ottobre. Meno viaggi per i giocatori, più continuità per i ct (e anche i tifosi): un accorpamento in nome dell’ottimizzazione delle energie e dei tempi, che avrebbe dovuto far felici tutti.
Il problema è che la riforma del calendario delle nazionali non ha risolto, perché non lo ha voluto affrontarlo, il tema centrale per cui era stata pensata: il logorio dei calciatori e quindi, di conseguenza, gli infortuni. Il gigantismo del calcio moderno da cui non sono certamente immuni Fifa e Uefa ha fatto sì che nella nuova finestra dovessero disputarsi tutte e quattro le gare che prima venivano spalmate su due soste: è vero che la pausa complessiva è stata di ben 20 giorni, ma togliendo i fisiologici riposi che devono intercorrere rispetto al campionato, fanno 4 match in 11 giorni, praticamente uno ogni tre. Davvero troppi, da tutti i punti di vista.
Se ne sono lamentati diversi commissari tecnici, fra cui il nostro Mancini; Klopp in Germania aveva convocato addirittura due gruppi differenti. Le grandi, dove si disputano i tornei più importanti e più ricchi, temono di perdere le loro stelle; le piccole con rose ridotte e pochi ricambi non riescono a reggere l’impegno. Alcune Federazioni poi hanno evidenziato anche un problema di tipo economico, ovvero la difficoltà a vendere i biglietti di partite casalinghe a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. Di qui la notizia che in una recente riunione a porte chiuse, la stragrande maggioranza delle Federazioni europee si sono schierate un po’ a sorpresa contro il nuovo format, chiedendo addirittura di ripristinare il vecchio calendario. Insomma, clima da restaurazione pura.
Non deve stupire: quando ci sono novità così radicali, alla prima difficoltà la tentazione è sempre quella di tornare all’antico. Ma sarebbe un errore gettare via il bambino con l’acqua sporca, come si dice in questi casi. Non dimentichiamoci che del vecchio sistema ci siamo lamentati tutti per anni. Lamentarsi dei troppi infortuni nel calcio moderno ha poco senso, si tratta semplicemente di trovare la formula più funzionale. La maxi-sosta aveva, e continua ad avere, tanti pregi, almeno potenziali. Il suo vero limite è che si è fermata a metà strada, visto che non ha risolto il problema del calendario saturo, e comunque i campionati dovranno fermarsi nuovamente fra un mese per la finestra di novembre. Se quattro partite in undici giorni sono troppe (e lo sono), la soluzione è dare più spazio, non meno. Piuttosto che tornare indietro, spingersi ancora in avanti: una sola sosta in autunno, più lunga, e un’altra alla fine del campionato, magari di un mese ciascuna, con il tempo di allenarsi e giocare un numero adeguato (certo, non si può pretendere lo stesso di adesso), con i dovuti riposi. Due grandi ritiri in cui le nazionali possano tornare ad essere delle squadre vere, ad avere un senso. Sempre che si voglia davvero che le nazionali abbiano un senso.
X: @lVendemiale