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“Qui la cosa che mi ha stupito è che c’è una prospettiva di crescita reale" - 2/3

Per Marta Sabbion, 37 anni, la vita si è "inceppata" dopo la nascita di sua figlia. "All'ospedale in cui lavoravo, un bambino non faceva abbastanza punti per avere il part time. E quindi questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso". Da lì l'idea di andarsene perché “l’Italia è bella ormai come un museo”
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“Qui la cosa che mi ha stupito è che c’è una prospettiva di crescita reale”

Ma il punto cruciale, per Marta, è soprattutto ciò che accade dentro l’ospedale. Dopo anni di formazione specialistica, in Italia non aveva visto quella crescita professionale che si aspettava. “In sette anni di terapia intensiva, due master, non ho mai fatto uno scatto di carriera”. Il livello e lo stipendio erano rimasti sostanzialmente gli stessi dal primo giorno all’ultimo. Eppure la sua esperienza in terapia intensiva neuro e la formazione maturata a Padova avevano un valore preciso. Lo ha capito ancora meglio una volta arrivata negli Emirati.

“Qui la cosa che mi ha stupito è che c’è una prospettiva di crescita reale“. Marta parla di professional ladder, una sorta di percorso strutturato nel quale formazione, responsabilità e competenze possono tradursi in avanzamento professionale. “Se tu ti impegni e ci metti del tuo, raggiungi un obiettivo. Invece in Italia la differenza sostanziale è che se tu ti impegni e ci metti del tuo, non cambia niente”. Non è soltanto una questione economica. È il riconoscimento di un mestiere che Marta considera altamente specialistico. Ricorda un collega italiano di oltre 60 anni, con una vita intera trascorsa in terapia intensiva e una quantità enorme di esperienza sulle spalle. “Faceva il mio stesso lavoro da quando aveva 17 anni, perché allora erano diplomati. E non aveva mai avuto la possibilità di usare quella conoscenza anche per evolvere come professionista”. Per lei è questo uno dei cortocircuiti del sistema italiano: “La differenza che c’era tra me, che avevo 23 anni, e lui che ne aveva 60 era solo qualche centinaio di euro in busta paga”.

Abu Dhabi, tuttavia, non è un paradiso senza ombre. Lavorare in terapia intensiva significa confrontarsi con una cultura diversa, soprattutto sul tema del fine vita. “Dal punto di vista bioetico ci sono delle differenze grandi, anche perché la religione entra nelle decisioni cliniche”. Marta racconta quindi di una maggiore difficoltà, rispetto all’esperienza italiana, nell’accettare l’interruzione delle cure quando non esistono più concrete prospettive di miglioramento. “Dal punto di vista etico, è come tornare un po’ indietro”.

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