"L'Italia è il mio Paese" - 3/3
“L’Italia è il mio Paese”
Torino e Parigi non sono lontanissime, ma quando ci sono problemi o malattie “uno sente la distanza“. E poi c’è tutto ciò che si costruisce nel frattempo: amicizie, contatti, relazioni. È anche per questo che un eventuale ritorno in Italia diventa più complicato con il passare degli anni. A ricordargli, in maniera piuttosto brutale, il tema dei “cervelli in fuga” è stato un episodio avvenuto al ritorno dallo scorso festival Alta Felicità di Venaus. Fermato da un poliziotto per un controllo, alla domanda sul suo lavoro, Davide ha risposto di essere un professore universitario a Parigi. L’agente gli ha replicato: “Ah, i famosi cervelli in fuga! Beh, certi cervelli è meglio che fuggano, non ve lo meritate questo Stato”.
Davide non ha risposto. Era circondato da una quindicina di agenti, non gli sembrava il caso. Ma quella frase gli è rimasta dentro. “Non mi ha fatto sentire bene per niente”. Più che un’offesa personale, l’ha percepita come una provocazione fuori luogo: “Nel momento in cui mi chiedi che mestiere faccio, ti rispondo e basta. Non è necessario che commenti”. E per quanto riguarda il futuro in Italia? La porta non è ancora chiusa. Se domani arrivasse una cattedra equivalente, Davide probabilmente tornerebbe. “L’Italia è il mio Paese”, dice. Ma sa anche che il tempo gioca contro il rientro. Più resta a Parigi, più costruisce una vita che sarebbe difficile abbandonare. “Metti che a 36-37 anni devo tornare a Roma, io lì non conosco nessuno. Rimango a Parigi, dove magari ho un giro di amici, di conoscenze già costruito”. Davide non si sente un uomo scappato dall’Italia. Si sente semplicemente un giovane professore universitario che ha trovato altrove la possibilità di cominciare a costruire il proprio futuro col giusto anticipo. E che ha imparato una cosa molto concreta: per non perdere il futuro, bisogna prima decidere di investirci.