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La guerra ci pervade. Ribelliamoci finché siamo in tempo

La stragrande maggioranza del popolo italiano è ovviamente contraria sia alla guerra che al riarmo, ma stenta ad esprimersi in merito con la dovuta energia
La guerra ci pervade. Ribelliamoci finché siamo in tempo
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Lo ha affermato a chiare lettere, il primo ministro slovacco, Robert Fico: “La situazione non è mai stata così grave e tesa riguardo alla possibilità di un conflitto militare su scala europea come lo è oggi. Non voglio che la Slovacchia diventi parte di un conflitto militare a causa dell’articolo 5”.

Come le tre proverbiali scimmiette i nostri governanti invece, non solo tacciono sul pericolo di guerra, ma manovrano nell’ombra per aumentarlo. L’ultima brillante idea di Crosetto è quella di mandare a pattugliare la Marina Militare per sfidare il blocco degli Houthi che peraltro com’è noto non ci riguarda. Ma non sia mai che si perda un’occasione per sfoggiare i muscoli e fare un po’ di pubblicità agli eccellenti prodotti del complesso militare-industriale, migliorandone le posizioni nel mercato internazionale della morte e della catastrofe prossima ventura.

Stiamo scivolando verso la guerra. La Palestina straziata dal genocidio israeliano ne costituisce la prova generale, come lo fu la Spagna rispetto al conflitto mondiale. La stragrande maggioranza del popolo italiano è ovviamente contraria sia alla guerra che al riarmo, ma stenta ad esprimersi in merito con la dovuta energia, trasformando il mugugno delle bestie trascinate verso il macello nella protesta ed azione organizzata di settori sociali e politici fedeli alla Costituzione e al suo art. 11.

Registriamo tuttavia qualche segnale positivo. Innanzitutto la chiara decisione di Giuseppe Conte e di tutto il Movimento Cinquestelle di chiedere con nettezza la fine del sostegno all’Ucraina, che alimenta la guerra e ne moltiplica i pericoli di incontrollabile allargamento. Ma anche le dichiarazioni della segretaria dei Giovani Democratici, Virginia Libero, che ha coraggiosamente sostenuto la necessità di disertare dalla guerra, suscitando la riprovazione della parte non trascurabile del suo Partito che invece continua ad essere legata a filo doppio alla NATO ed ai mercanti d’armi.

Non sono d’accordo con chi tende a minimizzare la portata delle dichiarazioni di Libero, sostenendo che sarebbe stata rapidamente indotta a ritrattare dalla rivolta dei guerrafondai piddini. In realtà la ritrattazione non c’è stata. La Libero ha però aggiunto che occorre continuare a difendere l’Ucraina. Affermazione per nulla condivisibile, dato che il miglior modo di sostenere il popolo ucraino è cessare subito il sostegno alla guerra, mentre non sembra giusto affermare il sacrosanto diritto dei giovani italiani ed europei alla diserzione e al tempo stesso legittimare il reclutamento forzato di quelli ucraini, carne da cannone trascinata a forza al fronte dagli sgherri del regime antidemocratico di Zelensky, dove stanno pagando un contributo di sangue pari secondo le stime più attendibili a circa venticinquemila vite umane al mese.

Le dichiarazioni di Virginia Libero testimoniano la grave crisi di prospettive che sta assalendo il corpaccione informe del Partito Democratico, sempre più lacerato dallo scontro fra gli appetiti delle lobby coi loro abietti portavoce, da un lato, e le genuine aspettative della sua base popolare dall’altro. Scontro che assume carattere particolarmente pregnante nel quadro della preparazione del prossimo appuntamento elettorale, con le connesse problematiche, che non possono non riguardarci tutti, attinenti ad alleanze, leadership e programma. Ma anche alla luce della necessaria ripresa del movimento sindacale unitario che si è già espresso contro il genocidio e deve oggi estendersi alle altrettanto cruciali questioni del riarmo e della guerra.

Qualche parola va detta anche sulla Russia, respingendo nettamente ogni ipotesi che vi scorge una sorta di espansionismo, imperialismo o addirittura fascismo, sia perché scientificamente infondata e rozzamente propagandistica, sia perché chiaramente funzionale alla preparazione psicologica della guerra in arrivo.

Quale che sia il giudizio sulla qualità della democrazia russa, va infatti riconosciuto a Putin l’enorme merito di aver salvato il grande Paese dalle grinfie del capitale internazionale e di averlo schierato nettamente al fianco della Cina nella costruzione dei BRICS e del nuovo ordine mondiale giusto e pacifico fa costruire, se abbiamo a cuore le sorti dell’umanità.

Quanto alla cosiddetta aggressione all’Ucraina si è trattato a ben vedere di una reazione, forse sproporzionata e formalmente illegittima, a precedenti aggressioni, provenienti da Ovest, che riguardavano sia i territori ucraini, come la Crimea, il Donbass ed altri, storicamente, culturalmente e politicamente più legati alla Russia, sia l’attentato alla neutralità dello Stato ucraino, pilastro irrinunciabile della coesistenza pacifica in Europa e nel mondo. Da questo punto di vista preferisco seguire il grande Pontefice Francesco che qualche patetico ometto pariolino tatuato o simili.

Il caro vecchio leader politico Franco Russo mi pone il dilemma se Putin sia il nuovo Zar o il nuovo Stalin. Ma si tratta in realtà di questione mal posta. Putin rappresenta infatti un fenomeno nuovo, che va valutato attentamente nel contesto attuale, rilanciando la necessità urgente della pace e della cooperazione anche economica, che altrimenti rischiamo di lasciare nelle mani inaffidabili di Vannacci e, più o meno sottotraccia, anche di Salvini o altri settori della destra. Salvaguardando sempre, per quanto possibile, le istanze dell’internazionalismo che ha sempre avuto nella pace il suo fondamentale obiettivo anche perché in guerra muoiono molto di più i poveri che i ricchi.

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