Tetto agli stranieri nelle scuole? Affinati: “Rischio paralisi istituzionale in molte zone del Paese”
“Il tema dei migranti neo-arrivati che vengono inseriti nelle classi italiane a mio avviso non si può affrontare con un decreto normativo che imponga limiti di presenze e divieti nei costumi. Dovremmo costruire relazioni umane positive, non ostacolarle. In quale altro luogo farlo se non in aula?”. Eraldo Affinati, professore, scrittore, fondatore delle scuole “Penny Wirton” per l’insegnamento gratuito della lingua italiana ai migranti, è sconcertato dall’idea che possa arrivare in Consiglio dei ministri un provvedimento che introduce per Legge il numero massimo di studenti stranieri per classe. Ad annunciarlo è stata la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni, sul palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale. “Una norma che – secondo Affinati, in libreria in questi giorni proprio con Nella palude del padre (Feltrinelli) – se venisse applicata automaticamente, rischierebbe di creare tutti i presupposti per una paralisi istituzionale in molte zone del Paese”.
Questo perché se i dirigenti dovessero non rispettarla rischierebbero di essere sospesi. Lo conferma Cristina Costarelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi della regione Lazio e dirigente dell’Its “Galilei” di Roma: “Se è Legge va applicata altrimenti si rischiano provvedimenti disciplinari. Siamo dirigenti assunti dallo Stato e ci assumiamo la responsabilità di mettere in atto la norma. È il rispetto stesso della norma che rappresenta l’etica”. Per Costarelli ci sono altri luoghi dove esprimere il dissenso: i partiti, le organizzazioni sindacali. Della stessa idea il numero uno dell’Anp, Antonello Giannelli: “Le Leggi le fa il Parlamento, si applichino, punto. Ci sono gli strumenti per impugnarle davanti agli organi competenti. Dobbiamo entrare nei particolari, vedere i decreti attuativi, i regolamenti quando usciranno. Tuttavia, concordo con l’impostazione di fondo che in una classe, soprattutto in prima elementare, ci debbano essere più italiani che stranieri, altrimenti come si insegna bene la lingua?”.
Detto ciò, Giannelli ammette alcuni problemi reali. Il primo: in certe città o quartieri un preside riceve un numero di iscrizioni pari o maggiore a quello degli italiani. A quel punto che fa? Il numero uno dell’Anp pensa a Prato, ad esempio. La seconda osservazione: “Siamo in piena crisi demografica, le classi spesso numericamente le fanno gli stranieri”. La questione, tuttavia, va analizzata nel dettaglio. Maria Grazia Santagati, responsabile scuola della Fondazione Ismu, Iniziative e studi sulla mobilità umana, ha le idee chiare: “È un tema vecchio quello della soglia di stranieri in aula ma osserviamo i numeri: oltre il 66% dei nostri studenti senza la nostra cittadinanza è nato in Italia. Il Veneto ha il più alto numero di stranieri nati nel nostro Stato. Sono stati scolarizzati nel nostro Paese. Ci sono ragazzi che arrivano al liceo e vanno all’università. Alcuni sono diventati persino consiglieri comunali. Nel Nord Italia la lunghezza di residenza è spesso tale che molti hanno avuto accesso alla cittadinanza”.
Santagati è preoccupata dalle parole della Meloni: “Ci sono una serie di indicatori che vanno contro la scuola democratica. E poi diciamolo con chiarezza: di fronte al grande declino demografico, ci sono scuole che hanno retto grazie ai bambini figli di migranti”. La responsabile scuola dell’Ismu – contattata da ilfattoquotidiano.it –spiega: “La misura più semplice non è la separazione in base a delle quote ma l’investimento di risorse”. La premier nel suo intervento ha anche parlato “dell’obbligo per i genitori di studenti stranieri con problemi gravi di inserimento scolastico di imparare l’italiano e del divieto di burqa e hijab a scuola”. Dichiarazioni alle quali replica Affinati, sottolineando: “Ancora una volta i provvedimenti governativi in materia scolastica sembrano strumentali, tesi a esacerbare i confronti fra culture, al fine di ottenere il consenso di una parte dell’opinione pubblica, invece di essere strutturali, tesi a risolvere i problemi concreti coi quali hanno a che fare ogni giorno dirigenti e docenti. Esistono scuole in cui la stragrande maggioranza degli alunni non è italofona. Dobbiamo forse chiuderle? Se così facessimo aumenterebbe la percezione sociale che considera questi ragazzi come dei problemi. Al contrario, e lo dico per esperienza diretta, essi sono risorse preziose. Stiamo ancora aspettando gli insegnanti di supporto linguistico da tempo annunciati. I consigli di classe a tutt’oggi restano da soli, costretti spesso a ricorrere ad associazioni del Terzo Settore chiamate a tappare i buchi del servizio pubblico”.