Dalla visione di Carrère alla scuola: non possiamo appaltare all’AI l’intelligenza dei ragazzi
Uno scrittore da classifica usa ChatGPT. Tanto. È Emmanuel Carrère, il francese de “L’Avversario” e di “Limonov”. Il 10 settembre, alla festa del Fatto con Marco Travaglio e Maddalena Oliva, ha raccontato che lo usa “per un numero incredibile di cose” (video): ricerche, perfino consigli. “Certo mi preoccupa”, ammette, “ma anche mi interessa”. La domanda, aggiunge, è come usare “questa cosa incredibilmente potente” senza “una distruzione totale della società“.
Pericolosa, utile, forse indispensabile. Affascinato, non ingenuo.
Un anno fa aveva chiesto all’AI un racconto scritto nel suo stile: “non è ancora molto convincente” dice, ma poi aggiunge: “non abbiamo alcuna idea di cosa sarà fra due anni”. Quel che mi ha colpito di Carrère è la sua visione sul futuro, con curiosità, lucidità e interesse inevitabile per i lati oscuri di quel che ogni giorno la vita ci mette davanti agli occhi nei microambienti delle nostre case, dei nostri uffici o delle nostre scuole, ma anche ai processi grandi che ci stanno trascinando verso dove non abbiamo mai deciso. È esattamente quello che sta arrivando con l’intelligenza artificiale oggi, domani e dopodomani.
È già nelle nostre case, è la stessa macchina che scrive la mail al prof, il riassunto, l’esercizio. Un trucchetto? no. Diventa il posto dove i ragazzi cercano risposte e consigli, e decidono che cosa vale la pena capire. Quale parte del loro giudizio stiamo appaltando?
Alessio Figalli, matematico romano al Politecnico di Zurigo, medaglia Fields 2018 (il premio più noto della matematica, lo chiamano il Nobel dei matematici), a la Repubblica il 13 settembre: “Oggi si può dimostrare un problema senza aver capito niente. Ma si perde il senso di tutto” (intervista). È tra i 25 firmatari iniziali di un appello uscito l’11: risolvere problemi è uno strumento, lo scopo è capire.
E c’è un esperimento, pubblicato su Pnas nel 2025. In una scuola superiore turca, quasi mille ragazzi: chi si esercitava con un assistente tipo ChatGPT senza paletti andava meglio durante gli esercizi, poi nella verifica senza aiuto faceva il 17% peggio di chi non l’aveva usato (studio). Con una versione che dava indizi invece delle soluzioni, i risultati tornavano in linea con chi non l’aveva usato.
Nella scheda di presentazione delle nuove Indicazioni per i licei, pubblicata il 22 aprile, il ministero chiede alla matematica di “fornire i concetti e il linguaggio che stanno alla base dei sistemi di AI” (Mim). E mette comprensione ed errore fra gli obiettivi. Giusto. Ma come si riconosce la comprensione, quando il compito consegnato è perfetto e chi lo consegna non l’ha capito?
Il bersaglio non è la macchina. È consegnare senza ricostruire, senza verificare, senza sbagliare mai.
Chi insegna, chi fa il genitore, due anni non li ha. Ha settembre. Si può cominciare da un problema fatto insieme, con il tempo di tentare, sbagliare, discutere. Cambiare un dato. Cercare un controesempio. Chiedere a un ragazzo dove si è perso, e dare un voto anche a quello, non al risultato. Se a scuola restiamo al dare i voti come abbiamo sempre fatto, abbiamo perso prima di iniziare.
La speranza di un futuro dove l’umano non è succube dell’AI inizia a scuola e sta proprio lì: scoprire di capire una cosa che sembrava impossibile. Nessuno può farlo al posto suo. Nemmeno ChatGPT.