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Professoressa aggredita a Roma, il pedagogista Novara: “Lo spauracchio del carcere minorile non funziona, educhiamo alla frustrazione”

Il fondatore del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti: "La fragilità genitoriale non aiuta i ragazzi ad avere il giusto senso del limite che permette loro di affrontare le relazioni con gli adulti, le autorità e i loro coetanei in modo adeguato"
Professoressa aggredita a Roma, il pedagogista Novara: “Lo spauracchio del carcere minorile non funziona, educhiamo alla frustrazione”
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“Dobbiamo chiederci cosa ci interessa: continuare ad assecondare, come sta facendo una certa politica, la pancia emotiva più estrema e rancorosa dell’opinione pubblica o mettere in sicurezza le nostre relazioni sociali, a partire da quelle dei più piccoli e dei giovani?”. A porre questa domanda in maniera diretta e schietta, senza dare spazio alla retorica, è il pedagogista Daniele Novara. Il fondatore del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, che ha scritto oltre cinquanta libri sul tema educativo (l’ultimo è Il papà peluche non serve a nulla, Rizzoli), è tra coloro che sono d’accordo con il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sul divieto all’uso del cellulare e dei social sotto i 14 anni. Ma di fronte all’ennesimo episodio di violenza a scuola se la prende con il governo: “Le politiche repressive – dice a ilfattoquotidiano.it – non sembrano proprio funzionare e gli episodi che segnalano le difficoltà dei ragazzi a gestire situazioni di frustrazione continuano a riempire la cronaca. Ci vuole ben altro che minacciare carceri minorili, bocciature e quant’altro, metodi che non hanno mai funzionato. La scuola è una grande opportunità per favorire processi di apprendimento”.

Lo scrittore piacentino, che ogni settimana incontra decine di ragazzi e genitori in difficoltà nella gestione dei rapporti, non si ferma alla critica. Passa bensì alla proposta, com’è abituato a fare anche nei suoi incontri: “Da anni vado predicando la necessità, per i nostri ragazzi e anche bambini e bambine, di attivare un progetto di alfabetizzazione alla buona gestione dei conflitti, ossia la gestione delle frustrazioni e delle contrarietà relazionali. È questo l’antidoto alla violenza, non il presunto spauracchio del carcere minorile. Se l’obiettivo è davvero la sicurezza, dobbiamo pensare che a stare con gli altri si impara, anche a rispettare l’autorità degli insegnanti. E sono tutti processi che vanno incrementati con investimenti adeguati, ad esempio a favore delle competenze educative dei genitori che oggi sembrano venire meno”.

Insomma, la ricetta c’è: imparare a stare nel conflitto, educare le emozioni, ascoltare i ragazzi, evitare voti in condotta, ripensare la valutazione. Resta sul tavolo la questione social network sulla quale Novara è in sintonia con Valditara: “Dobbiamo parlare della presenza sempre più precoce dei cellulari nelle mani dei bambini e dei ragazzi. Il problema non riguarda soltanto il tempo che trascorrono davanti a uno schermo. Il rischio è che venga meno proprio quella palestra quotidiana delle relazioni in cui si impara a stare con gli altri, ad accettare una contrarietà, a gestire un no, a sostenere una frustrazione. Se un bambino o un ragazzo può sottrarsi continuamente alla contrarietà attraverso uno schermo, viene meno un pezzo importante dell’apprendimento relazionale. E le difficoltà che già esistono possono essere amplificate a dismisura, perché la relazione reale, con le sue difficoltà e le sue contrarietà, non può essere sostituita dalla relazione mediata dal cellulare”.

Una questione che va affrontata tenendo conto anche del cambiamento antropologico in atto delle famiglie: “La fragilità genitoriale, tanto più quella paterna, ovviamente – aggiunge Novara – non aiuta i ragazzi e le ragazze ad avere quel giusto senso del limite che permette loro poi di affrontare le relazioni con gli adulti, le autorità e i loro coetanei in maniera adeguata. Cerchiamo di restare lucidi e di fare le mosse giuste, quelle educative”.

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