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La campagna elettorale di Ruto in Kenya si muove contro gli stranieri: un populismo che conosciamo bene

È un vento che soffia anche nel continente. La colpa è sempre dell’altro, del nemico esterno
La campagna elettorale di Ruto in Kenya si muove contro gli stranieri: un populismo che conosciamo bene
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Il nemico perfetto non vota e può essere incolpato di tutto senza potersi davvero difendere.

In Kenya questo nemico ha già più volti: quello del commerciante burundese, del barbiere ugandese, del venditore ruandese di frutta a Kibera. Da qualche settimana sono diventati, per direttiva presidenziale, la causa dichiarata della disoccupazione keniota. Mancano poco più di trecento giorni al voto del 10 agosto 2027, e la campagna elettorale di William Ruto, ufficialmente non ancora cominciata, è già entrata nel suo terreno più collaudato: quello in cui il problema è importato.

La prossima sfida elettorale si annuncia già ad alta tensione. William Ruto punta a ottenere un secondo mandato alla presidenza, ma il suo governo deve fare i conti con un’opposizione sempre più forte, particolarmente radicata tra i giovani elettori della Gen Z, una generazione che non può più essere ignorata e che ha coniato uno slogan chiarissimo: “Ruto wantam!” Ruto un solo mandato!

Una parola d’ordine diventata rapidamente un punto di aggregazione del dissenso e, al tempo stesso, un elemento capace di alimentare la tensione e gli scontri durante le manifestazioni politiche degli ultimi mesi.

La sequenza dei fatti, presa da sola, racconta già molto. Nei primi giorni di settembre 2026 Ruto ordina la chiusura delle piccole attività informali gestite da stranieri: obiettivo è riservare ai kenioti il piccolo commercio informale, minacciando sanzioni, promettendo nuove leggi e confermando che solo gli stranieri in regola con permessi e licenze potevano restare.

Centinaia di burundesi si accampano davanti alla propria ambasciata a Nairobi, alcuni per due giorni senza cibo, temendo ritorsioni dai vicini di casa più che dalla polizia. L’8 settembre il governo, colto di sorpresa dalla propria stessa direttiva, promette a parole tolleranza zero per la xenofobia che ha appena contribuito a innescare. Nel mezzo, code in fuga verso l’Uganda e il Ruanda, commercianti che raccontano di aver perso in una settimana quello che avevano costruito in anni.

Ma non finisce qui. Poco prima lo stesso Ruto aveva ordinato al colosso indiano Tata Chemicals di abbandonare l’estrazione di carbonato di sodio del lago Magadi, accusandolo di non aver mai reinvestito localmente in oltre un secolo di concessione. Le due mosse sembrano rivolte a bersagli opposti – il piccolo venditore ambulante da una parte, la multinazionale dall’altra – ma rispondono alla stessa grammatica: qualcuno da fuori sta prendendo qualcosa che spetterebbe ai kenioti.

Già nel giugno 2022 il populismo keniota dei Ruto prometteva agli elettori di deportare i commercianti cinesi che arrostivano mais nei chioschi al posto dei kenioti: “Abbiamo abbastanza aerei per rispedirli da dove sono venuti” ha dichiarato al Kenya Kwanza Economic Forum. È un vento che conosciamo bene e che soffia anche nel continente. La colpa è sempre dell’altro, del nemico esterno.

Il meccanismo è lo stesso che ha portato al referendum sulla Brexit, che ha rieletto Donald Trump, che tiene in piedi il Rassemblement National in Francia e l’AfD in Germania: uno stagnare dei salari, un costo della vita che sale, un debito pubblico (che qualcuno deve pur aver causato) tradotti in un facile “altro” riconoscibile. Il minatore del Michigan e il commesso di Nairobi vengono convinti dello stesso sillogismo: la tua vita è più dura perché un altro, arrivato da fuori, ti ha tolto qualcosa. Cambiano il continente e il colore della pelle del capro espiatorio, non la funzione che gli viene assegnata.

C’è però una differenza che rende il caso keniota più fragile nel panorama africano. Il Kenya non è un paese che si chiude su se stesso per la prima volta dopo decenni di frontiere aperte: è tra i membri fondatori della Comunità dell’Africa orientale, il blocco che ha reso la libera circolazione di persone e beni un pilastro della propria politica estera, e ha circa tre milioni di propri cittadini che vivono e lavorano all’estero, molti negli stessi paesi vicini oggi trattati come una minaccia.

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