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Quindici anni dopo Occupy Wall Street, il problema è rimasto. Ed è diventato più grande

Il capitalismo va riformato prima che la finanziarizzazione lo trasformi definitivamente in una gigantesca bisca
Quindici anni dopo Occupy Wall Street, il problema è rimasto. Ed è diventato più grande
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Il 17 settembre 2011 qualche centinaio di ragazzi occupò Zuccotti Park, a due passi da Wall Street. Nacque così Occupy Wall Street. Lo slogan era perfetto: We are the 99%, noi siamo il 99 per cento. Il movimento fu confuso, velleitario, pieno di rabbia e povero di proposte. Dopo qualche mese sparì senza cambiare praticamente nulla. Wall Street continuò invece la sua corsa e oggi è più ricca e potente di allora.

Quindici anni fa scrivevo che “il capitalismo è nel pieno della sua più pericolosa e patologica involuzione” e denunciavo “troppa finanza a scapito dell’economia e del lavoro”. Quelle parole, rilette oggi, sembrano quasi prudenti. Negli ultimi tre lustri la concentrazione della ricchezza è aumentata, la finanza ha conquistato uno spazio enorme e una parte crescente dell’economia vive di scommesse sui prezzi futuri più che di produzione, lavoro e salari. Le Borse americane continuano a salire, spinte soprattutto dalla febbre dell’intelligenza artificiale. Poche gigantesche società valgono cifre mai viste e spendono centinaia di miliardi sulla promessa che l’AI cambierà tutto. Può anche essere vero. Resta il fatto che quando milioni di investitori comprano la stessa promessa e i prezzi salgono senza sosta, la bolla c’è già, ed è pronta a scoppiare.

Intanto la vita normale costa sempre di più. L’inflazione resta alta, il petrolio è tornato sopra i 100 dollari per le guerre di Trump e Netanyahu e gli Stati devono pagare interessi sempre più pesanti per farsi prestare denaro. Perfino in Italia il Btp ha toccato tassi che ricordano la fase che precedette e preparò la crisi greca del debito e la caduta del governo Berlusconi. Alla fine il conto arriva sempre all’economia reale: mutui più cari, credito più costoso per famiglie e migliaia di piccole imprese, bollette dell’energia alle stelle e meno risorse pubbliche al welfare, perché tutte le risorse vanno a finanziare l’industria delle armi.

La nuova frontiera del capitalismo americano è ancora più sorprendente. Donald Trump e la sua famiglia hanno costruito un enorme business sulle criptovalute. Esiste anche una moneta digitale col suo nome, acquistata dai fan Maga nella speranza che aumenti di valore (anche se è accaduto il contrario). Il potere politico, il marchio personale e l’interesse economico finiscono così nello stesso contenitore. Quindici anni fa protestavamo contro i banksters che facevano soldi con prodotti finanziari incomprensibili. Oggi il presidente degli Stati Uniti può guadagnare da strumenti speculativi legati direttamente al proprio nome.

Occupy Wall Street aveva individuato un problema reale: troppa ricchezza e troppo potere concentrati in pochissime mani. Chi possiede enormi patrimoni non rinuncia a soggiogare la politica e l’informazione. Allora scrivevo: “È venuto il momento di ricominciare a essere radicali senza diventare estremisti”. Lo penso ancora. E adesso in più c’è anche l’enorme influenza dei tecno oligarchi di destra con visioni autocratiche e distopiche, Elon Musk e Peter Thiel in prima fila. Il capitalismo va riformato prima che la finanziarizzazione lo trasformi definitivamente in una gigantesca bisca dove chi ha già miliardi parte sempre con le carte truccate e, quando sbaglia, riesce spesso a scaricare il conto sugli altri (la definivamo “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”).

Per questo oggi le proposte più sensate, negli Stati Uniti, vengono da Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, e in Italia da Avs, mentre il resto del centrosinistra, il famigerato “campo largo”, invece di farne un punto chiave di un programma semplice – di dieci punti e basta – litiga sul nulla, cosicché Giorgia Meloni potrà governare fino al 2030: far pagare più tasse ai super ricchi, limitare lo strapotere delle grandi corporation, difendere lavoratori e consumatori, separare il più possibile il potere politico da quello finanziario.

Occupy Wall Street è scomparso. Il problema che denunciava è rimasto ed è diventato più grande.

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