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Immaginate pure che Netanyahu perda le elezioni: cosa cambia per i palestinesi?

Il 27 ottobre si voterà ma il giorno dopo la Cisgiordania sarà ancora sotto controllo militare, Gaza resterà un territorio devastato e i coloni continueranno ad avanzare
Immaginate pure che Netanyahu perda le elezioni: cosa cambia per i palestinesi?
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di Samuele Lucia

Le elezioni del 27 ottobre arrivano e Netanyahu sembra tremare nei sondaggi, il Likud e i suoi alleati stentano a raggiungere i 61 seggi, Eisenkot con Yashar gli respirano sul collo insieme a Bennett e a pezzi di opposizione, eppure chiunque salga al potere non cambierà una virgola sulla questione palestinese perché nessuno di quelli che contano ha intenzione di risolverla, mi chiedevo se fosse questo il vero problema di Israele, perché Bibi lo conosciamo tutti con i suoi processi e le sue manovre, i suoi quattro anni di governo strappati a forza e le sue condanne emesse dalla CPI.

Ma parliamo di un paese che da quasi sessant’anni occupa, colonizza e controlla milioni di persone senza diritti e continua a vendersi come unica democrazia del Medio Oriente mentre dentro i territori opera come un regime di dominio etnico e militare. Smotrich e Ben Gvir sono il volto più onesto di questa destra (estrema), che ha trasformato l’occupazione in progetto politico aperto.

Smotrich, dalle Finanze e con le mani sull’amministrazione civile della Cisgiordania, ha realizzato record su record di nuove unità abitative, legalizzato avamposti illegali, sbloccato E1 per spezzare la contiguità di qualsiasi futuro Stato palestinese e ha pure rafforzato le strutture burocratiche per rendere più difficile a un prossimo governo di tornare indietro, mentre dice chiaro e tondo che sta cancellando lo Stato palestinese dal tavolo e costruendo la rivoluzione sionista.

Ben Gvir, con le sue radici Kahaniste, ha trasformato la polizia in uno strumento politico, lasciato correre la violenza dei coloni e in campagna elettorale è andato al confine di Gaza a urlare che la Striscia di Gaza è nostra e che bisogna tornare a colonizzare, parlando di migrazione volontaria dei palestinesi come se fosse una soluzione naturale.

Netanyahu non li ha subiti, li ha scelti e usati per restare in sella dopo il 7 ottobre, mentre Gaza veniva ridotta a macerie e le accuse di crimini di guerra e genocidio si accumulavano nei tribunali internazionali. Immaginate pure che il 27 ottobre Bibi perda e salgano Eisenkot, Bennett o una coalizione di centro-destra: cosa cambia per i palestinesi? Quasi niente. Nessuno di loro ha ha messo al centro un piano serio di fine occupazione, smantellamento delle colonie più isolate o il riconoscimento di uno Stato contiguo con capitale a Gerusalemme Est.

Israele forse ha imparato a gestire un conflitto, ma di certo non a chiuderlo, e questo vale a dire che l’attuale gestione equivale alle colonie che avanzano, checkpoint che strozzano, terre che vengono espropriate e un sistema duale dove gli israeliani ebrei votano e i palestinesi dei territori occupati subiscono. Il mito dell’unica democrazia a questo punto non regge affatto. Regge solo se chiudi gli occhi. Dentro la Linea Verde ci sono elezioni, stampa e istituzioni, ma anche qui la Legge sullo Stato-Nazione ha messo nero su bianco la superiorità ebraica, i cittadini arabi israeliani subiscono discriminazioni strutturali e la riforma giudiziaria ha mostrato quanto sia fragile l’equilibrio dei poteri. Fuori, per milioni di persone sotto controllo israeliano, la democrazia non esiste: confini, cielo, risorse e movimenti decisi da un governo che non li rappresenta.

Il 27 ottobre si voterà e forse Bibi cadrà o si riaggrapperà, ma il giorno dopo la Cisgiordania sarà ancora sotto controllo militare, Gaza resterà un territorio devastato e i coloni continueranno ad avanzare. Perché nessuno di quelli che possono realisticamente sedersi lì è disposto a cambiare rotta, e finché questo non succede Israele resterà prigioniero del suo problema più grande, che non si chiama solo Netanyahu, si chiama occupazione permanente e rifiuto di accettare condizioni di pace e risoluzioni diplomatiche.

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