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Le guerre sono la “quarta nazione” per emissioni inquinanti. I danni dell’ecocidio, dalla Prima guerra mondiale a Gaza

"I danni continuano per decenni o addirittura per secoli", avverte Stefania Divertito, giornalista ambientale d’inchiesta e autrice del libro "Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la terra"
Le guerre sono la “quarta nazione” per emissioni inquinanti. I danni dell’ecocidio, dalla Prima guerra mondiale a Gaza
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“Quando pensiamo alle guerre pensiamo sempre ai danni e alla violenza sulle persone. Ma se è giusto che alle vittime vada il primo pensiero, non va dimenticata un’altra violenza, che poi sempre sulle persone si riversa: i danni agli ecosistemi, all’ambiente, al suolo, a causa della guerra: se si sposta leggermente il punto di vista antropocentrico è facile capire che si tratta di una seconda catastrofe. Ma le emissioni prodotte dai conflitti non vengono neanche ufficialmente calcolate, eppure se fossero una nazione sarebbero la quarta al mondo, con il 5,5% di emissioni globali”. Stefania Divertito, giornalista ambientale d’inchiesta, ha raccolto anni di studi e incontri sul tema nel libro Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la terra (Il Saggiatore, 2026). “Il problema”, continua, “è che i danni non finiscono con la guerra, ma continuano per decenni o addirittura per secoli, come accaduto ad esempio con la prima guerra mondiale”.

Come nasce il suo libro?
Dall’incontro con la rete dei citizen scientist ucraini, che stanno raccogliendo le prove dei danni ambientali della guerra. Ne avevo scritto nel mio precedente libro, “Uccidere la natura”, ma era una storia che mi è rimasta dentro e che ho continuato a seguire in questi anni, attraverso forum, gruppi di studio, seminari, interviste, incontri di persona. L’altro spunto mi è stato dato dal CEOBS che è un Osservatorio con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e la comprensione delle conseguenze ambientali e umanitarie derivate dei conflitti e delle attività militari.

Lei parte dal caso Verdun, in Francia.
Sì, perché è un caso emblematico, lì c’è stata la nota battaglia della Prima guerra mondiale che si studia a scuola, ma quello che non si racconta è che migliaia e migliaia di munizioni e proiettili sono rimaste nel terreno, dove ci sono ancora le buche create dalle bombe, che hanno contaminato il suolo e le falde acquifere, tanto che la Francia ha recintato questa zona e l’ha dichiarata zona rossa: un monumento a cielo aperto ai danni della guerra, diventato meta di gite scolastiche e di tour organizzati, dove però non è possibile vivere, né praticare agricoltura.

Poi va oltre: Ucraina, Bosnia, la più recente pioggia nera su Teheran e poi la distruzione pressoché totale dei campi agricoli a Gaza.
Cerco di ricostruire i principali effetti delle guerre che si sono succedute: penso all’Agente Arancio in Vietnam (un potente defogliante chimico usato dall’esercito USA, ndr), all’uranio impoverito utilizzato in Iraq, ma anche nei Balcani. Proprio a questi ultimi e a Sarajevo sono particolarmente legata. Solo nel 2016 è stata pubblicata una ricerca (la guerra è finita nel 1995) a firma di Aida Šapčanin, che ha dimostrato come nel terreno del parco giochi di Sarajevo si trovavano ancora piombo, metalli pesanti e idrocarburi. Un altro esempio dall’Ucraina: l’esplosione della diga Kakhovka nel giugno 2023, che ha rovesciato su città e villaggi 83.000 tonnellate di metalli pesanti riversate nell’invaso da decenni di attività industriali a monte.

E poi c’è Gaza.
Qui il dramma è duplice. Da un lato, la maggior parte delle emissioni arriveranno con la ricostruzione, d’altronde lì ci sono 61 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere, di cui il 15% contaminato d’amianto e ci vorranno circa due miliardi di euro solo per rimuovere i detriti. Dall’altra, il terreno coltivabile ormai è sceso all’1,5%, la guerra si è mangiata il 98,5% della terra fertile.

In questo disastro non vanno dimenticati gli animali.
Questo è un altro tema di cui si parla pochissimo, ovvero della biodiversità che scompare. Ci sono effetti a catena enormi sugli animali. Con gli ecosistemi che scompaiono e gli alberi distrutti, gli animali sono disorientati, mentre gli uccelli migratori devono fare i conti con un territorio dove non è più possibile arrivare.

La risposta a tutto questo, lei ipotizza, è il diritto penale, che possa almeno arginare i danni.
Mi rendo conto che in una società mondiale in cui non riusciamo a condannare neanche chi si macchia di genocidio, anzi gli si fanno i funerali di Stato, la possibilità di punire i criminali per la distruzione dell’ambiente sembra quasi un’illusione. Però bisogna partire dal 2019, quando agli studenti di una piccola isola del Pacifico fu chiesto di cercare l’azione più ambiziosa che i leader politici potessero intraprendere sul cambiamento climatico dentro il diritto internazionale, sceglierne una e convincerli a portarla avanti. Loro furono ambiziosi: scelsero di chiedere alla Corte internazionale di giustizia, il massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite, un parere sugli obblighi climatici degli Stati. Quel compito in classe è diventato nel tempo, scalando la diplomazia climatica internazionale, una mozione all’ONU e poi una risoluzione votata a maggio scorso dalla stragrande maggioranza dei paesi, Italia compresa. E che adesso inchioda i paesi al rispetto delle responsabilità sul mancato contrasto al cambiamento climatico e ai suoi danni. Insomma anche le piccole cose possono essere una biglia su un piano inclinato. E poi vorrei citare un’altra cosa.

Prego.
Tre piccoli paesi, le isole Samoa, Vanuatu, Fiji, seguiti dalla Repubblica del Congo, hanno ottenuto che si aprisse un dossier presso la Corte Penale Internazionale per il riconoscimento del crimine di ecocidio, intorno a cui si sta creando una comunità di giuristi, addetti ai lavori, cittadini e cittadine. Ad oggi il reato di ecocidio è stato importato nell’ordinamento ucraino, ma anche russo, belga, francese, messicano. In Italia siamo fermi a una proposta di legge a firma Zaratti. Insomma, tra la risoluzione ONU che obbliga i paesi a contrastare il cambiamento climatico e il reato di ecocidio si sta creando una consapevolezza sulla necessità di proteggere il nostro pianeta, all’insegna dello spirito di Norimberga.

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