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Sudan, il dossier: “L’esercito ha usato armi chimiche contro i ribelli”. Il leak di una “intelligence mediorientale” rischia di favorire le milizie Rsf

Un rapporto svela la produzione di bombe al cloro da parte delle Saf. Ma la rivelazione a ridosso del voto Onu sull'embargo totale solleva il sospetto di una manovra orchestrata per indebolire le forze regolari a vantaggio dei paramilitari sostenuti dagli Emirati
Sudan, il dossier: “L’esercito ha usato armi chimiche contro i ribelli”. Il leak di una “intelligence mediorientale” rischia di favorire le milizie Rsf
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“Hanno bevuto il gas”. Così il generale di brigata delle Forze armate sudanesi (Saf) Tariq Hussain parlava dei miliziani delle Forze di Supporto Rapido (Rsf) a seguito di un attacco chimico al cloro sulle loro postazioni presso la raffineria di al-Jaili, nel settembre del 2024. A rivelarlo è il New York Times, che cita un dossier — ottenuto in simultanea anche dal Washington Post — di circa 150 pagine di prove che descrivono come l’esercito sudanese avrebbe sviluppato e prodotto armi chimiche nell’arco di sei mesi nel 2024. Un’accusa che il governo del Sudan ha sempre negato. Il rapporto rivelerebbe conversazioni fra gli ufficiali delle Saf coinvolti nella produzione delle munizioni, i test sul loro funzionamento, le prove del loro utilizzo in guerra, i dettagli su un tentativo di insabbiare il progetto dopo la sua scoperta da parte degli Stati Uniti, e l’ipotesi che parte del cloro utilizzato provenisse dall’impianto civile di trattamento delle acque di al-Manara, il quale ha ricevuto la sostanza chimica da organizzazioni umanitarie internazionali quali la Croce Rossa e l’Unicef. Un’altra porzione del cloro sarebbe giunta poi dai mercati globali.

A differenza di agenti chimici più noti come il sarin, il cloro non è una sostanza controllata e, alla fine di agosto 2024, il generale Hussain avrebbe riferito dell’importazione di 20 bombole della sostanza chimica dall’Egitto, una quantità sufficiente, a suo dire, a fabbricare 1.100 ordigni esplosivi. Il dossier, inoltre, segnala come, su espressa richiesta del generale Hussain, bombe che combinavano una testata esplosiva con circa quindici chilogrammi di gas di cloro avrebbero giocato un ruolo decisivo nella battaglia di Khartoum, culminata nel marzo 2025 con la riconquista della capitale da parte delle Saf. Stando al generale, questa nuova munizione avrebbe avuto il vantaggio di uccidere le forze nemiche dilaniandole con le schegge o gassandole con il cloro, mentre l’esplosione avrebbe garantito che non rimanesse alcuna traccia chimica dell’attacco. Il dossier rivelerebbe infine come il programma chimico sarebbe stato interrotto dopo l’imposizione da parte degli Stati Uniti delle sanzioni contro il Sudan e il suo Presidente e capo dell’esercito, Abdel Fattah al-Burhan. Pochi giorni dopo l’annuncio delle sanzioni a stelle e strisce nel maggio 2025, infatti, al-Burhan in persona avrebbe ordinato al generale Hussain di “eliminare ogni traccia” delle sue attività.

Oltre alle ovvie implicazioni umanitarie e conseguenze legali (il Sudan è uno Stato firmatario della convenzione sulle armi chimiche) comportate dall’uso di tali munizioni, gli articoli del New York Times e del Washington Post sono interessanti per altri due motivi: la loro fonte e il loro tempismo. Il dossier citato è infatti stato fatto pervenire a entrambe le testate statunitensi, a condizione di anonimato, da un non specificato “servizio d’intelligence mediorientale”. Il 12 settembre, inoltre, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu voterà sull’estensione al Sudan intero dell’embargo sulle armi già in atto in Darfur. Svariati analisti ritengono tuttavia che tale embargo nazionale creerebbe una profonda asimmetria che svantaggerebbe le Saf rispetto alle Rsf. L’esercito regolare sudanese opera difatti come governo riconosciuto a livello internazionale e in quanto tale si affida a banche formali, porti ufficiali, spedizioni marittime legali e contratti pubblici di approvvigionamento tra Stati, rendendolo fortemente dipendente dall’assistenza militare e tecnica di governi stranieri come la Turchia, l’Egitto o l’Iran. Un embargo dell’Onu costringerebbe questi Stati a scegliere tra il violare flagrantemente il diritto internazionale o tagliare i rifornimenti alle Saf. Le Rsf, di cui gli Emirati Arabi Uniti sono il principale sponsor, di contro dipendono da reti di contrabbando integrate e decentralizzate che sfruttano catene di approvvigionamento interamente informali e progettate per aggirare i canali legali muovendo armi, carburante e combattenti attraverso piste d’atterraggio desertiche non registrate e i confini porosi con il Ciad, la Libia e l’Etiopia.

Il dossier analizzato dal New York Times e dal Washington Post sembra offrire prove inconfutabili dei crimini di guerra dell’esercito sudanese, ma il tempismo della loro rivelazione rischia di fornire un vantaggio tattico immenso alle Rsf, una milizia accusata dall’Onu di aver commesso “atti di genocidio” solo pochi mesi fa, durante la caduta di Al Fasher. A meno di una settimana dal voto del Consiglio di Sicurezza, si potrebbe dunque leggere nella divulgazione del dossier alle due famose testate statunitensi un tentativo da parte del “servizio d’intelligence mediorientale” di influenzare il dibattito pubblico e politico mondiale in maniera da bloccare l’afflusso di armi legali in Sudan e troncare le catene d’approvvigionamento utilizzate dalle Saf. Un risultato che sicuramente farebbe sfregare tante mani ad Abu Dhabi. Le stesse mani che quotidianamente muovono oro macchiato di sangue sudanese.

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