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Migranti a Trieste, la strategia del governo sulla frontiera che non c’è. L’esperto: “Piano fallimentare che politicamente funziona”

Il presidente di Ics e socio Asgi dopo il nostro reportage: “Procedure illegittime, persone di nuovo in strada. Il governo ha stravolto il diritto Ue”
Migranti a Trieste, la strategia del governo sulla frontiera che non c’è. L’esperto: “Piano fallimentare che politicamente funziona”
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A Trieste il Viminale ha scommesso tutto sulle nuove procedure d’asilo di frontiera, l’esame sommario delle domande di protezione internazionale, con tempi ridotti e tutele compresse. Secondo Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà (Ics), e socio di ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), l’idea era semplice: esaminare e respingere rapidamente le domande d’asilo, riducendo drasticamente il numero delle persone da accogliere. Tanto da aver sospeso, a fine giugno, i trasferimenti dei richiedenti asilo verso altre regioni perché non ce ne sarebbe più stato bisogno. La scommessa, però, non sembra funzionare. Le persone sono rimaste sul territorio, i giudici hanno dichiarato illegittima l’applicazione delle procedure e si è tornati ai richiedenti in mezzo alla strada e, nei giorni scorsi, agli sgomberi.

È la riflessione che Schiavone affida al Fatto dopo il nostro reportage da Trieste sulla nuova gestione dell’asilo. Figlia, dice, di una “ossessione” per la frontiera orientale sulla quale approdano le rotte balcaniche. Alla guida di una onlus che promuove dal 1998 (quasi 30 anni) un modello di accoglienza diffusa e tutela i richiedenti asilo, Schiavone è diventato una sorta di nemico pubblico numero uno per il centrodestra locale e non solo: “Se le regole vengono violate, non stiamo zitti”.

Schiavone, perché siete diventati così scomodi a Trieste?
Perché abbiamo realizzato negli anni un vasto sistema pubblico di accoglienza diffusa, in normali appartamenti sparsi per la città (oltre 150), con una forte interazione sociale con il territorio ed evitando che a Trieste sorgessero, come in molte altre città, casermoni dove ammassare centinaia di persone. È un sistema che genera inclusione e non marginalizzazione e che riprende le migliori sperimentazioni sociali che un tempo hanno reso Trieste all’avanguardia.

Perché osteggiare un modello così?
Perché funziona. Ma non solo: Ics è un ente di tutela, non un ente gestore che, in nome del profitto, a volte si comporta come semplice estensione dell’amministrazione. Amministrazione che sempre di più pretende il vassallaggio totale e il silenzio, per il solo fatto di pagare il servizio che viene erogato. Al contrario, se le regole vengono violate, noi lo denunciamo. Se ci sono prassi amministrative irregolari, lo diciamo. Capisco che questo ci renda scomodi.

Veniamo agli ultimi mesi: perché sospendere i trasferimenti dei richiedenti verso altre regioni?
Non c’era nessuna ragione per non proseguirli: erano finalmente stati riconosciuti come una necessità dopo anni di persone abbandonate in strada. Se fossero proseguiti, però, non avrebbe funzionato il meccanismo a imbuto della procedura di frontiera, che parte proprio dal lasciare che le persone aspettino in strada. Poi vengono fatte entrare in accoglienza per il tempo strettamente necessario a espletare la nuova procedura. Infine vengono eliminate dal sistema e ributtate in strada, tutto in pochi giorni. Senza la procedura accelerata dovrebbero invece essere inserite nel sistema ordinario di accoglienza.

Come dovrebbe funzionare questa macchina?
L’intento è riuscire a esaminare le domande d’asilo in modo estremamente veloce e sommario, sistemando le persone in strutture altamente sorvegliate e geograficamente isolate, (non a caso si sta utilizzando una ex caserma) cercando di inibire ogni contatto con l’esterno a partire dall’accesso all’assistenza legale. Poi avere un altissimo tasso di domande respinte e confidare che, nel termine assolutamente irragionevole di cinque giorni, festività comprese, una parte significativa delle persone non riesca a presentare ricorso e venga immediatamente messa alla porta con un decreto di espulsione in mano.

Quindi le persone per strada non sono semplicemente il risultato della mancanza di posti?
No. È il meccanismo stesso a produrre marginalità. Prima della procedura non c’è nient’altro che la strada; dopo l’eventuale diniego vengono nuovamente messe in strada, ma in condizioni peggiori perché non hanno più diritto né all’accoglienza né a un regolare soggiorno anche se ciò non vuol certo dire che saranno rimpatriate. Rimarranno semplicemente abbandonate al mercato dello sfruttamento e alla marginalità sociale. Persino chi ottiene una forma di protezione finisce sulla strada perché la prefettura triestina, forzando la norma, non aspetta la risposta del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI) ma mette subito i rifugiati in strada. Un’ora fa ho incontrato un afghano che ha trascorso due mesi in strada per poter diventare richiedente asilo venti giorni nell’accoglienza per la procedura e adesso che ha ottenuto la protezione è nuovamente in mezzo alla strada.

Il governo rivendica le norme del nuovo Patto Ue sull’immigrazione. Eppure, a Trieste e non solo, la prassi rivela violazioni della normativa. Perché?
Perché il Governo italiano ha fatto una sorta di attuazione selettiva del diritto Ue: si prende quello che fa comodo e si lascia quello che disturba. Interessa la procedura di frontiera, non i meccanismi che dovrebbero riequilibrare la compressione delle garanzie. La consulenza legale individuale prevista dal Regolamento procedure non c’è. Lo screening sanitario e delle vulnerabilità a Trieste viene fatto in pochi minuti nei locali della Questura, senza l’autonomia che dovrebbe caratterizzare l’operato dei sanitari e senza gli approfondimenti che uno screening reale richiederebbe. La norma Ue viene trasformata in una finzione.

E qui entra in gioco quella che lei definisce “ossessione” per la frontiera orientale?
Sì. L’abbiamo già vista nel 2020 con le cosiddette riammissioni informali: persone a cui veniva negato il diritto di manifestare la propria volontà di chiedere protezione, respinte verso la Slovenia e poi, a catena, fino alla Bosnia. La logica è la stessa: questa sorta di ossessione per questo confine, come se non dovesse mai essere superata. Oggi torna con queste nuove procedure. La frontiera orientale deve continuare a esistere, almeno quando si tratta di migranti.

Ma quella con la Slovenia è una frontiera interna all’Ue. Mentre la procedura è destinata alle frontiere esterne.
Il governo ha stravolto tutto: dice che in realtà l’intera provincia di Trieste e quella di Gorizia sono aree di frontiera o un’area di transito. Ma l’articolo 43 del regolamento procedure prevede questa procedura, che comporta una compressione delle garanzie per le domande presentate alla frontiera esterna dell’Ue o per chi viene intercettato attraversandola. Una frontiera interna non può però avere la stessa natura giuridica di una frontiera esterna, sul punto la giurisprudenza della Corte di Giustizia è chiara. E non si può decidere che un’intera provincia diventi improvvisamente “area di transito”: transito di che cosa? Un’area di transito è sempre funzionalmente connessa a una frontiera esterna dell’Ue.

Interrogativi sollevati anche dal Tribunale di Trieste. Il Viminale però ha risposto con un nuovo decreto che conferma e rilancia, dichiarando applicabile la procedura.
Finora il Tribunale di Trieste ha accolto tutti i ricorsi rilevando che il decreto inizialmente utilizzato era del 2019. Adesso deve andare al cuore del problema. A mio avviso la soluzione giuridicamente corretta è prendere atto che il governo può fare anche, nel 2026 un decreto sostenendo che dà così attuazione alle nuove procedure europee, ma se contrasta con il diritto europeo va disapplicato. Non vedo margini per accogliere la tesi del governo. Solo in caso di dubbi interpretativi il Tribunale potrebbe rinviare alla Corte di giustizia, ma non mi sembra questo il caso.

Perché questa frontiera è politicamente così importante?
Perché esiste la rotta balcanica, che pone al governo un problema serio: sono arrivi provenienti da una rotta che attraversa altri Paesi dell’Unione, come Slovenia e Croazia. È un nodo che non si sa come gestire. E allora l’unica soluzione pensata è che esista ancora l’amata frontiera verso Est. È tornata a esistere per le riammissioni nel 2020 e torna per la procedura di frontiera nel 2026. La logica è che la frontiera non deve morire mai.

Qual è per adesso il bilancio di questo esperimento estivo a Trieste?
Dal punto di vista delle procedure accelerate di frontiera il risultato è zero: non ce n’è una sola che sia sopravvissuta finora. Sul piano del danno alle persone, invece, è immenso: abbandonate in strada per mesi, sottoposte a procedure illegittime e una gigantesca torsione del sistema. È un gigantesco flop, ma anche una macchina per produrre disagio e marginalità e raccogliere consenso. Queste macchine funzionano politicamente anche quando falliscono.

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