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Cento giorni di proteste in Albania, in piazza il Paese ha scoperto di avere una voce. La lotta di una generazione contro il vecchio establishment

La protesta è riuscita a portare la questione della tutela ambientale e del patrimonio del Paese al centro dell’attenzione internazionale e a ottenere alcuni risultati. Ma adesso per le strade riecheggia sempre lo stesso coro: "Edi Rama dimettiti!"
Cento giorni di proteste in Albania, in piazza il Paese ha scoperto di avere una voce. La lotta di una generazione contro il vecchio establishment
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“La protesta ha cambiato noi albanesi, ci ha resi più forti, più consapevoli e soprattutto più uniti”. Elsa Paja, uno dei volti della Flamingo Revolution, lo dice con fierezza mentre festeggia i cento giorni della protesta. Come lei, migliaia di albanesi dal 31 maggio sfilano per le vie di Tirana e davanti alla Kryeministria, la sede del governo. Con più di 30 gradi o sotto la pioggia, tra le manganellate della polizia e l’indifferenza del primo ministro Edi Rama. “È un traguardo incredibile, non ce lo aspettavamo”, racconta Elsa.

Sono le sei e mezza del pomeriggio quando la contattiamo: alle sette deve scendere in strada. L’appuntamento è a piazza Skanderbeg. Da lì il corteo attraversa ogni giorno il viale principale e arriva davanti alla Presidenza del consiglio. Il grido è sempre lo stesso: “Rama, jep dorëheqjen!”, “Rama, dimettiti!“. Il primo ministro non si è ancora dimesso e non ha fatto passi indietro sui progetti immobiliari di Zvërnec legati a Jared Kushner. E allora cosa spinge gli albanesi a tornare in strada? “L’amore per la nostra terra”, risponde Elsa. Sta preparando un cartello a forma di fenicottero, l’ennesimo che attraverserà le vie della capitale.

Il flamingo, simbolo della protesta, è partito da Sazan e dalle aree costiere dove sono previsti i resort di lusso e ha conquistato cartelli, installazioni, gonfiabili e soprattutto gli smartphone. La Rivoluzione rosa è diventata virale: meme, video e contenuti condivisi sui social hanno permesso agli albanesi di raccontare direttamente la protesta al mondo. Nelle ultime settimane, però, decine di profili utilizzati da attivisti e giornalisti sono stati disattivati. Tra questi anche quello di Euronews Albania, poi ripristinato. Alice Taylor, giornalista britannica di origine albanese che lavora per l’emittente, racconta che l’account era stato chiuso dopo la pubblicazione dell’intervista all’eurodeputato italiano Sandro Gozi che aveva chiesto a Meta spiegazioni sulla rimozione degli account. “Non credo che dietro ci sia il governo”, dice Taylor che teme più un coinvolgimento dei partner del progetto di Zvërnec. Elsa invece parla di un tentativo di “cancellare la nostra voce”. Tra i profili colpiti c’è anche quello di Alesia Burnazi, giornalista che documenta le proteste da Tirana fin dal primo giorno. Sono stati rimossi video delle manifestazioni, contenuti sulla protesta a Bruxelles e immagini dell’arrivo della diaspora albanese nella capitale. “È un attacco digitale diretto e una forma di censura contro la libertà di espressione e il giornalismo indipendente”, denuncia. Dopo il ricorso, il profilo è stato ripristinato. Anche l’Unione dei giornalisti albanesi ha lanciato l’allarme. Meta ha riconosciuto che alcuni account erano stati rimossi per errore e ha fatto sapere di stare verificando i provvedimenti. Rama invece ha respinto ogni accusa: “Non abbiamo assolutamente nulla a che fare con la disattivazione o la limitazione di alcun account sui social media”.

In cento giorni la protesta è riuscita a portare la questione al centro dell’attenzione internazionale e a ottenere alcuni risultati. Tra questi la Besa, il documento politico con cui Rama promette di ricostruire la fiducia con i cittadini attraverso consultazioni e dialogo. Ma per i manifestanti non basta. “Noi non vogliamo fiducia, vogliamo che cambi il sistema e che lui si dimetta”, insiste Elsa. Rama è al governo da tredici anni ed è al quarto mandato. Le ultime elezioni, nel 2025, hanno introdotto per la prima volta il voto degli albanesi residenti all’estero, mentre l’opposizione ha contestato la gestione di alcuni voti della diaspora denunciando irregolarità. Ma anche il Partito Democratico di Sali Berisha, storico avversario di Rama, è contestato dai manifestanti. La lunga permanenza dei due sulla scena politica, le accuse di intrecci con la criminalità e la svendita del territorio a miliardari sono tra le ragioni della protesta.

La Flamingo Revolution, invece, non ha partito né leader. Non ha un’età o un genere. È contro il sistema, la corruzione, l’oligarchia, gli investitori strategici e il potere. Uno degli sviluppi più concreti è arrivato sul fronte giudiziario. Undici cittadini hanno presentato una denuncia alla SPAK, la struttura speciale albanese per la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, chiedendo di verificare le procedure relative ai progetti turistici di Zvërnec: dalla pianificazione territoriale alla consultazione pubblica, dalla trasparenza amministrativa alla tutela delle aree protette. Le indagini sono in corso. Tra le carte dell’inchiesta compare il nome di Artur Shehu, indicato come proprietario di gran parte dei terreni di Zvërnec destinati al resort. È sulla provenienza delle proprietà e sulle successive compravendite che la SPAK ha aperto un’indagine. Shehu è accusato di riciclaggio e di rapporti con un gruppo criminale, accuse che respinge. Rama insiste sulla natura privata dei terreni: “Non si tratta di terreno pubblico che il governo sta cedendo vendendo il nostro Paese”.

Zvërnec è diventato così il caso-simbolo di un sistema che gli albanesi contestano da anni. Sotto Rama, la KKTU, il Consiglio nazionale del territorio e delle acque, ha autorizzato centinaia di progetti di sviluppo. E nel 2024 il governo ha modificato, con la legge 21/2024, il quadro normativo sulle aree protette, una riforma contestata dagli albanesi perché ritenuta capace di aprire la strada a nuovi interventi in territori sottoposti a tutela. È contro questo modello di sviluppo che da anni si mobilitano associazioni e attivisti, soprattutto nella zona di Valona, dove si sono moltiplicati i grandi progetti turistici. Il progetto di Kushner è stato il detonatore: ha trasformato un malcontento locale e sedimentato nel tempo in una protesta nazionale, arrivata all’attenzione del mondo. E ora guarda anche l’Europa. La tutela delle aree protette e il rispetto delle norme ambientali fanno parte degli impegni dell’Albania nel percorso di adesione all’Unione europea. Ma forse il risultato più profondo di questi cento giorni è un altro. La società albanese ha scoperto di avere una voce e di poter esercitare pressione sul potere. La protesta ha portato in piazza bambini, adulti e giovani, ma anche i genitori emigrati negli anni Novanta, quando partire era l’unica possibilità, e soprattutto i loro figli. Una generazione che, dentro e fuori dall’Albania, sta costruendo un’immagine diversa del proprio Paese. Dopo la rivoluzione del 1991 contro il comunismo, per la prima volta da allora l’Albania non sembra soltanto un Paese da cui partire, ma un Paese per cui vale la pena restare e lottare.

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