Raddoppiare le detrazioni fiscali sulle spese sanitarie è una proposta chiara e semplice: il mio consiglio ai progressisti
A destra le cose sembrano abbastanza definite, vannaccismo permettendo, per le elezioni del 2027. La coalizione, una volta Casa delle Libertà – ora non si sa quale sia il nome della ditta – ha un programma, sempre quello peraltro, e una leader, un usato sicuro da riproporre. A sinistra le cose sono più complicate perché la famiglia è più numerosa e rissosa, e i programmi su molti punti sono molto diversi. Da qui il tormentone, alimentato da un giornalismo incalzante, delle primarie e del programma, cioè se viene prima l’uovo o la gallina.
Guardando alle tendenze elettorali, sembra fuor di dubbio che, per vincere, anche i progressisti devono imparare dai conservatori un po’ di furbizia elettorale, non nei contenuti, certo, ma nella strategia. Il programma progressista, se vuole avere un minimo di successo, deve avere due caratteristiche: essere popolare ma anche populista, e qui la destra è fortissima nelle promesse. Popolare significa che deve riguardare il maggior numero di persone, ma anche populista per creare un vasto consenso toccando aspetti che interessano la vita reale degli elettori.
Se questo è vero, allora una dei temi fondamentali della prossima campagna elettorale riguarderà la spesa sanitaria, un punto decisivo per noi boomers. Ogni volta che ci troviamo a cena tra amici, la panoramica sanitaria occupa una parte importante con la cronaca dei vari acciacchi. La lamentela principale cade sulle liste di attesa. Oramai è molto difficile che il sevizio pubblico offra la prestazione necessaria nei tempi prestabiliti, per cui ci si rivolge obbligatoriamente alle strutture private, la pocket money che cresce ogni anno come mi spiega il collega di economia sanitaria.
Nel privato troviamo professionisti bravi, spesso anche discretamente esosi: 170 euro per una visita ortopedica privata di 15 minuti non sembra un prezzo normale, ma la tipica tariffa di un monopolista che sfrutta il suo potere di mercato. La famosa e impietosa legge della domanda e dell’offerta.
L’invecchiamento della popolazione è una specie di Eldorado per i 300.000 medici italiani. Non solo perché è aumentata a dismisura la domanda sanitaria, ma loro stessi sono spesso desiderosi di andare in pensione per poi rientrare come operatori nel settore privato. Come sempre, due redditi sono meglio di uno. Per cui c’è uno strano paradosso nella sanità italiana: mettiamo il numero chiuso in entrata, cioè non vogliamo i giovani, ma salviamo la sanità con i molti medici pensionati che popolano il privato, sia puro che convenzionato.
Ma non è questo il punto. Qui mi interessa non chi incassa, ma chi paga, cioè la spesa dei cittadini. Una sanità forzatamente privatizzata dalle liste di attesa crea una sanità di serie A e una di serie B, esattamente l’opposto di quello che dovrebbe essere, discriminando economicamente milioni di persone. Le cure mediche non dovrebbero dipendere dalle disponibilità economiche, ma sono un diritto costituzionale. Come conciliare allora la privatizzazione attuale, voluta da una politica veramente miope, con la necessità di cura di tutti i cittadini indipendentemente dal reddito?
Una prima risposta è abbastanza agevole. Oggi lo stato riconosce ai contribuenti una deduzione per le spese mediche nella dichiarazione dell’Irpef del 19%, con una spesa totale per l’erario di circa 4 miliardi di mancato gettito. Questa detrazione interessa circa 20 milioni di contribuenti, un italiano su due che fa la dichiarazione dei redditi.
La proposta popolare e populista, ma progressista, consiste allora nel raddoppiare questa detrazione, portandola ad esempio al 40%. Questa proposta ha il merito di essere semplice, di non costare troppo allo Stato e di essere immediatamente comprensibile agli elettori, migliorando decisamente la loro vita. Dubito che qualcuno sarebbe contrario. Inoltre, sarebbe l’espressione più autentica dello stato sociale, che ha il compito di intervenire per sostenere gli individui nel momento del bisogno. Se a qualcuno questa tax expenditure da 10 miliardi sembra eccessiva, ricordo che le modifiche delle aliquote dell’Irpef di Draghi prima (7 miliardi), e di Meloni dopo (4 miliardi), sono costare all’erario ben più di 11 miliardi l’anno.
Ha avuto senso ridurre l’Irpef, e volerla ridurre ancora come sembra con la legge di bilancio 2027, e poi scaricarne il costo con tagli alla sanità e ad altri servizi pubblici? Non penso. Per la stragrande maggioranza degli italiani sicuramente no. Ora, siccome la classe politica vuole regalare la sanità specialistica ai privati, cosa economicamente del tutto inefficiente come gli Usa ci insegnano, almeno che sgravi le tasche dei cittadini. La percentuale di rimborso potrebbe essere anche più alta. Naturalmente la misura va studiata con cura, per esempio intervenendo sulle tariffe professionali, per evitare le furberie dei privati che sono sempre molto abili a spolpare il pubblico, ma non è una missione impossibile nell’epoca del fisco tecnologico.
Questa è una delle proposte chiare, semplici e popolari che dovrebbero costituire il nucleo del programma economico progressista, ma molte altre potrebbero essere messe in cantiere. Sicuramente troverebbero un ampio consenso tra gli elettori, soprattutto tra quelli che oggi non vanno a votare. Avrà il coraggio il fronte progressista di essere ragionevolmente populista nelle sue proposte, così da poter vincere?
Speriamo di sì. Da questo dipende la sua rilevanza politica perché il secondo tempo dei camerati meloniani e vannacciani, che sicuramente marceranno insieme su Roma alle elezioni del 2027, non farà sconti alla fragile democrazia italiana che nel tempo ha perso, agli occhi di milioni di italiani evidentemente distratti, la sua anima antifascista.