Quota 100 e le misure di flessibilità sulle pensioni (care alla Lega) sono costate 41,3 miliardi tra 2019 e 2025: i conti della Ragioneria
Oltre 41 miliardi di euro. È il conto, finora, della stagione delle pensioni anticipate inaugurata da Quota 100. Dal 2019 al 2025 le misure introdotte dal governo Conte e poi prorogate o modificate dai governi successivi hanno comportato 41,286 miliardi di oneri, calcola ora la Ragioneria generale dello Stato nel Rapporto su “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario”. Ma Quota 100 da sola non spiega tutto: nel conto finiscono anche Quota 102 e Quota 103, il blocco dell’adeguamento alla speranza di vita per le pensioni anticipate e Opzione donna.
Il grosso del conto, 36 miliardi, è legato alle misure di anticipo riconducibili alle cosiddette “Quote” e alle altre deroghe sui requisiti contributivi. Altri 5,275 miliardi sono invece il costo di Opzione donna. In totale si arriva appunto a 41,286 miliardi. Il picco arriva quando Quota 100 entra pienamente a regime. Nel 2019 il conto complessivo delle misure è di 2,856 miliardi. Nel 2020 sale a 6,809 miliardi e nel 2021 arriva a 7,699 miliardi. Ma è nel 2022 che si raggiunge il massimo, con 8,127 miliardi. Poi la spesa comincia a scendere: 6,773 miliardi nel 2023, 5,564 nel 2024 e 3,459 miliardi nel 2025.
Quota 100 era stata introdotta dal decreto legge 4 del 2019 e consentiva di lasciare il lavoro con almeno 62 anni di età e 38 di contributi. La sperimentazione riguardava il triennio 2019-2021. Nel 2022 è arrivata Quota 102, con l’età minima salita a 64 anni e i contributi rimasti a 38. Nel 2023 è stata la volta di Quota 103, con 62 anni e 41 di contributi, inizialmente prevista per un solo anno e poi prorogata con ulteriori restrizioni. La stessa Rgs sottolinea che il peso delle proroghe successive è stato significativamente più contenuto rispetto a quello del provvedimento del 2019. Non soltanto perché i requisiti sono diventati più severi, ma anche perché si è ridotto il periodo di anticipo consentito e la durata delle misure.
Il confronto tra le diverse fasi si vede anche nei flussi di pensionamento. Nel 2019, primo anno di Quota 100, le pensioni liquidate prima della vecchiaia sono state 335.438, contro 118.421 pensioni di vecchiaia. Nel 2020 le anticipate sono state 334.618 e nel 2021 330.996. Negli anni successivi il numero scende progressivamente: 298.853 nel 2022, 254.821 nel 2023, 231.814 nel 2024 e 214.576 nel 2025. Nello stesso 2025 le pensioni di vecchiaia sono state 266.379. La differenza si riflette anche sull’età media: nel 2025 chi è andato in pensione anticipata lo ha fatto a 61,8 anni, contro i 67,4 anni di chi ha raggiunto la vecchiaia.
Il problema, naturalmente, non è soltanto quello della spesa già contabilizzata. Il rapporto guarda anche al futuro e ricorda che la popolazione italiana continuerà a invecchiare rapidamente: l’indice di dipendenza degli anziani, pari al 39% nel 2025, è previsto salire fino a circa il 62% nel 2045. Significa che il rapporto tra popolazione anziana e popolazione in età lavorativa è destinato a peggiorare proprio mentre le generazioni del baby boom entrano progressivamente in pensione. Per questo la Rgs ricorda il ruolo dei meccanismi automatici che adeguano i requisiti pensionistici alla speranza di vita. La loro soppressione permanente, a condizioni invariate, determinerebbe un forte aumento del rapporto debito/Pil: 17 punti in più al 2045 e circa 38 punti al 2070 nel caso del solo meccanismo di adeguamento dei requisiti alla speranza di vita.