Il mondo FQ

La deriva del rapporto di Brambilla sui redditi: attacchi a Bankitalia e Istat che “minano la stabilità sociale” e disprezzo per chi ha “dipendenze”

Nel rapporto del suo centro studi Itinerari previdenziali l'ex sottosegretario al Lavoro del governo Berlusconi contesta le analisi sulla distribuzione della ricchezza perché tra i meno abbienti "si sommano una decina di milioni di italiani inseriti nelle quattro grandi dipendenze (alcool, droghe, ludopatie e problematiche alimentari) che di soldi e ricchezze non ne hanno perché le dissipano quotidianamente"
La deriva del rapporto di Brambilla sui redditi: attacchi a Bankitalia e Istat che “minano la stabilità sociale” e disprezzo per chi ha “dipendenze”
Icona dei commenti Commenti

Non è un mistero che il rapporto annuale sulle dichiarazioni dei redditi di Itinerari previdenziali, il centro studi presieduto dall’ex sottosegretario al Lavoro del governo Berlusconi Alberto Brambilla, punti a demolire la vulgata dell’Italia “oppressa dalle tasse” dimostrando che i veri oppressi sono solo i contribuenti con redditi superiori a 35mila euro l’anno. E fin qui l’analisi sarebbe condivisibile, se non fosse che la difesa dei vessati mette insieme gli impiegati da 2mila euro al mese, i dirigenti che portano a casa 200mila euro l’anno e i manager che guadagnano 2 milioni. Ma l’ultima edizione, la tredicesima, realizzata come al solito con il “sostegno” della Confederazione italiana alti dirigenti e professionalità, prende una deriva ben più preoccupante.

Il secondo capitolo, che analizza la distribuzione del gettito Irpef tra le diverse categorie di contribuenti, è inframmezzato da commenti in corsivo scritti di suo pugno dall’ex dirigente bancario in passato vicino alla Lega. Passi per la repulsione verso quello che il rapporto definisce eccesso di assistenzialismo e che Brambilla descrive così: “Le tasse le pagano sì i dipendenti ma quadri, funzionari e dirigenti che non sono assolutamente rappresentati né dai sindacati né dai partiti politici che invece propongono di ridurre ulteriormente le imposte e i contributi sociali alle fasce di reddito più basse che già oggi pagano poco o nulla e con le loro famiglie sono totalmente a carico degli altri italiani”. Troppo stato sociale, insomma.

Ma a pagina 29 i toni si fanno infuocati e sprezzanti: “Quasi il 70% della popolazione riceve tra prestazioni sanitarie e pensioni 121 miliardi e ne paga meno di 35. E poi ci sono tutti gli altri servizi in denaro e prestazioni: tutto gratis. Il punto vero è che quel “povero” 18,78% (chi ha redditi oltre 35mila euro, ndr) che praticamente paga tutto e non riceve nulla se non continue minacce di patrimoniali, aumento delle tasse di successione e aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, è rappresentato dalle associazioni dei quadri, funzionari e dirigenti che di solito non fanno gli scioperi “del venerdì”, lavorano e non sono molto ascoltate dalla politica e nemmeno da quelli che si dichiarano “liberali””.

Poco più avanti ogni freno inibitore salta: “Anche la Banca d’Italia fomenta (sic) la pace sociale con le sue indagini non degne del valore dell’istituzione”, in particolare quella sulla distribuzione della ricchezza secondo cui il 10% delle famiglie ne possiede il 60%: “Se si mettono assieme i titolari delle prime 100 aziende per capitalizzazione, frutto magari di generazioni di imprenditori e che, per inciso, danno lavoro a qualche milione di lavoratori, le cifre si gonfiano tanto più se dall’altra parte si sommano una decina di milioni di italiani inseriti nelle quattro grandi dipendenze (alcool, droghe, ludopatie e problematiche alimentari quali bulimia, anoressia e obesità) che certamente di soldi e ricchezze non ne hanno perché le dissipano quotidianamente“. Nel capitolo dedicato alla difficoltà di finanziare il welfare si ammette che vanno aiutati, “certo che sì”, ma “con cure e lavoro, non con soldi e prebende”. Ce n’è anche per l’Istat, nota agitatrice: “Perché Istat e Banca d’Italia fanno le statistiche in questo modo aizzando la popolazione e minando la stabilità sociale? Perché non fanno i conti di quanto ci costano queste persone? Perché non fanno i conti di quanto ci costano le mafie? Si attendono risposte. Certo è difficile far funzionare un Paese in queste condizioni”.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione