Abu Mazen all’Onu: “La pulizia etnica di Israele minaccia l’esistenza dei palestinesi”. E ribadisce il sostegno al piano di pace di Trump
La voce dell’Autorità Nazionale Palestinese confinata a migliaia di chilometri di distanza mentre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite si parla proprio del futuro del suo popolo. Il presidente Abu Mazen ha consegnato un videomessaggio ai rappresentanti permanenti a New York che è stato proiettato in sala e nel suo discorso ha chiesto alla comunità internazionale di “evitare una nuova Nakba“, in riferimento alla cacciata dei palestinesi dalle proprie terre con l’istituzione dello Stato di Israele, nel 1948. Ha poi denunciato la “pulizia etnica” commessa dallo Stato ebraico che “minaccia l’esistenza dei palestinesi“. Un modo per mettere fine alle violenze, ha poi sostenuto, è quello di tornare a lavorare per la soluzione dei sue Stati, partendo dal piano di pace in venti punti di Donald Trump che l’Anp ha deciso di appoggiare.
Del tycoon Abu Mazen denuncia però i provvedimenti restrittivi nei confronti delle autorità palestinesi: “Per il secondo anno consecutivo alla delegazione palestinese è stato negato il visto necessario per raggiungere New York e partecipare in presenza all’Assemblea generale dell’Onu – ha esordito il leader di Ramallah – Respingo questa misura punitiva illegale e le motivazioni addotte per giustificarla. Negare alla delegazione palestinese l’accesso alla sede delle Nazioni Unite costituisce una violazione degli obblighi degli Stati Uniti in qualità di Paese ospitante. Chiediamo all’amministrazione americana di revocare queste sanzioni e restrizioni, di tornare al dialogo e al rispetto reciproco e di collaborare con noi e con la comunità internazionale per attuare la soluzione dei due Stati sulla base della legittimità internazionale e per instaurare la pace, anziché punire la parte che ha scelto la via del diritto internazionale e dell’azione politica e diplomatica per garantire i propri diritti”.
Abbas passa poi a elencare i crimini di Israele che continuano anche in Cisgiordania nell’impunità delle autorità di Tel Aviv e della comunità internazionale: “La discriminazione razziale, la pulizia etnica e il terrorismo di Stato” vanno oltre la distruzione della soluzione dei due Stati, minacciando “l’esistenza stessa del popolo palestinese. I palestinesi si trovano ad affrontare uno dei periodi più pericolosi della loro storia, tra uccisioni, distruzioni, fame e tentativi di sfollamento forzato a Gaza”. Tutto il contrario, ripete, rispetto ai piani di Ramallah che pretende “un popolo palestinese che rimane sulla propria terra, padrone del proprio futuro, la presenza dei palestinesi accanto allo Stato di Israele e una pace che apra la strada all’integrazione regionale, alla cooperazione, alla prosperità e alla sicurezza per tutti. Non è possibile costruire una sicurezza duratura sull’occupazione di un altro popolo e sulla negazione dei suoi legittimi diritti. Abbiamo il nostro obiettivo nazionale, proteggere il nostro popolo dallo sfollamento e preservare la nostra terra e la sua unità”.
Ma la responsabilità, dice, non è solo di Israele, ma anche di chi lo sostiene economicamente, militarmente o anche solo evita di denunciarne i crimini: “Per quanto tempo ancora alcuni Stati continueranno a tacere su Israele o a fornirgli le armi che usa contro il nostro popolo? Il mondo ha assistito al prezzo altissimo pagato nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Cosa aspetta la comunità internazionale a intervenire a protezione del popolo palestinese, a garantire la sua permanenza sulla propria terra, a porre fine all’occupazione israeliana e ad attuare la soluzione dei due Stati sulla base della legittimità internazionale?”.
Un buon punto di partenza, a suo dire, è il piano di pace in venti punti proposto dal presidente Trump che, però, ha trovato l’opposizione dello Stato ebraico che ha messo il processo in standby pretendendo prima il totale disarmo di Hamas. Il leader dell’Anp ha chiesto “di accelerare l’attuazione della seconda fase” dell’accordo di pace per Gaza “anziché perdere altro tempo”. “Abbiamo accolto con favore il piano in venti punti del presidente Usa Donald Trump, la risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza e la tabella di marcia per l’attuazione della seconda fase – ha concluso – L’obiettivo era porre fine all’aggressione contro il nostro popolo, garantire il ritiro delle forze di occupazione dalla Striscia di Gaza e avviare la ricostruzione della Striscia stessa. Tuttavia, purtroppo, non abbiamo visto nulla di tutto ciò concretizzarsi. Queste aggressioni letali continuano a mietere vittime tra uomini, donne e bambini a Gaza dopo quasi un anno”.