L’intelligenza artificiale sta davvero atrofizzando le nostre menti? Ho chiesto il parere di Claude
di Giuseppe Murante
C’è un genere giornalistico ormai stabile: l’articolo che annuncia come l’intelligenza artificiale stia “atrofizzando” le nostre menti. Studenti che non sanno più scrivere un tema, professionisti che non sanno più fare un conto a mente, un’intera generazione delegata al pilota automatico cognitivo. È una narrazione comoda, perché individua un colpevole esterno e chiaro. Ma è anche, temo, sostanzialmente sbagliata — o almeno, sbagliata nella forma in cui viene raccontata.
Ho passato un intero pomeriggio a lavorare con un’intelligenza artificiale su un problema di fisica teorica: verificare se un certo tipo di modello di collasso quantistico della funzione d’onda potesse dare effetti osservabili sulla dinamica della materia oscura. Non è un esercizio banale: richiede di incrociare formule, costanti fisiche, ordini di grandezza, letteratura scientifica specialistica. In un certo punto della discussione, un calcolo apparentemente ragionevole — “se aggrego più particelle in un blocco più massiccio, l’effetto dovrebbe aumentare” — si è rivelato sbagliato: il ragionamento intuitivo portava a un numero fisicamente scorretto. L’errore non l’ha trovato la macchina. L’ho trovato io, perché qualcosa “non tornava” al mio istinto di fisico. E quell’istinto, allenato da anni di mestiere, ha permesso di tornare indietro, isolare il problema, e correggere il tiro.
È qui che si annida, credo, il vero nocciolo della questione. Uno strumento che risponde con fluidità e sicurezza — che si tratti di un modello linguistico o di un feed di notizie infinito — non crea competenza critica dal nulla. La amplifica, se già esiste. La sostituisce, se non c’è. Chi ha l’abitudine di dubitare, verificare, chiedersi “questo ha senso?”, userà questi strumenti per accelerare enormemente il proprio lavoro e il proprio apprendimento, proprio perché ogni risposta viene sottoposta a un controllo attivo, non passivo. Chi quell’abitudine non l’ha mai coltivata, userà lo stesso strumento per abdicare più in fretta e con più sicurezza di prima — e la fluidità stessa della risposta, la sua eloquenza, diventa un ostacolo in più: rende l’errore più difficile da sospettare, non più facile.
Non è una novità concettuale. È lo stesso identico meccanismo dei social media, di cui si discute da almeno un decennio senza mai arrivare a una conclusione condivisa. Non sono le piattaforme in sé a “polarizzare” o “disinformare” qualcuno che arriva già con gli strumenti per valutare una fonte, incrociare un dato, riconoscere una manipolazione retorica. Sono un moltiplicatore, verso l’alto o verso il basso, di una competenza — o di un’assenza di competenza — che si forma altrove, prima, e che le piattaforme si limitano a mettere sotto torchio a velocità mai vista.
Il problema, allora, non è la tecnologia. È che continuiamo a trattarla come se fosse essa stessa la causa, invece di occuparci sistematicamente della causa vera: un’educazione allo spirito critico che, in troppi contesti scolastici e non solo, resta residuale, facoltativa, lasciata all’iniziativa individuale di chi ha la fortuna di incontrare un buon insegnante o una buona abitudine familiare. Insegnare a dubitare, a verificare le fonti, a riconoscere quando un ragionamento — proprio o altrui, umano o artificiale — non torna: è un lavoro lento, che richiede metodo e tempo, esattamente il tipo di investimento che le discussioni sensazionalistiche sull’AI “che ci rende stupidi” tendono a scavalcare, offrendo invece l’ennesimo allarme a effetto immediato e nessuna soluzione strutturale.
Continuare a discutere se l’intelligenza artificiale (o i social, prima di lei) ci renda più o meno intelligenti è, in un certo senso, una domanda mal posta. La domanda giusta è un’altra: cosa stiamo facendo, davvero, per insegnare alle persone a pensare criticamente — indipendentemente da quale sia lo strumento che, domani, si troveranno tra le mani?
(Ps: generato, ma non creato, da Claude)