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L’Islanda vota No al referendum: perché l’Europa non è più desiderabile

Pur restando conveniente sul piano dei rapporti economici e commerciali, il potere politico 'invisibile' dell'Unione non appare altrettanto attrattivo. L'esempio islandese/norvegese
L’Islanda vota No al referendum: perché l’Europa non è più desiderabile
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L’Islanda ha scelto: il 52,8 per cento degli aventi diritto ha respinto la riapertura dei negoziati. Eppure il Sì non avrebbe portato Reykjavík nell’Unione: avrebbe permesso di trattare, leggere l’accordo e votare di nuovo. Avrebbe comprato informazione, non adesione. Quando un Paese rinuncia perfino a conoscere l’offerta, il problema non è soltanto il contratto. È un progetto politico che non sa più farsi desiderare.

Per la precisione, l’Islanda vive già dentro una larga parte dell’Europa. Partecipa al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo, è in Schengen e applica le norme comuni su beni, servizi, capitali e persone. Nel 2025 l’Unione assorbiva il 66,5 per cento delle sue esportazioni. Reykjavík può contribuire alla preparazione delle regole, ma non vota quando Parlamento europeo e Consiglio le approvano. Non è un viaggio gratuito: l’Islanda assume obblighi, partecipa a programmi e contribuisce finanziariamente. Ma il suo equilibrio resta invitante: molta dell’utilità economica dell’Europa senza la piena appartenenza politica. Perché condividere altra sovranità, se il valore aggiunto dello stare dentro non appare abbastanza grande?

Qui emerge la debolezza dell’Unione. I suoi benefici sono diffusi, quotidiani, quasi invisibili; i suoi costi sono concentrati e hanno un nome. Nessuno ringrazia Bruxelles per uno standard comune o una frontiera attraversata senza attrito. Tutti vedono una direttiva, un contributo, un compromesso. L’Europa ha reso normali i propri successi e memorabili i propri vincoli. C’è anche un’asimmetria psicologica. La sovranità nazionale che si teme di perdere è concreta; il potere europeo che si potrebbe acquistare resta astratto. Una competenza ceduta si vede subito.

Non si possono però avere insieme tre cose: accesso pieno al mercato, autonomia nazionale piena e voto pieno sulle regole comuni. L’Islanda conserva il mercato e parte dell’autonomia, ma rinuncia a una quota di voce percepita come inutile.

La Brexit mostra che la sovranità è una capacità, non un dividendo. Nel 2025 l’Unione rappresentava ancora il 41 per cento delle esportazioni britanniche e il 50 per cento delle importazioni. Le esportazioni di beni verso l’Ue erano del 14 per cento sotto il livello reale del 2019, mentre quelle di servizi erano cresciute del 28 per cento. Londra non è crollata: ha redistribuito il costo dell’autonomia, soprattutto là dove merci e piccole imprese incontrano il confine. La legge può spostare una frontiera; non può abolire la geografia.

La Norvegia è la prova più riuscita, e più ambigua, di questa Europa vissuta solo in parte. Nel 2025 l’Unione assorbiva il 66,3 per cento delle sue esportazioni. Oslo applica gran parte delle regole del mercato unico e beneficia dei programmi comuni. È un equilibrio conveniente proprio perché l’Unione continua a produrre le regole, la fiducia e i beni comuni che lo rendono possibile.

Il modello islandese/norvegese, però, non può diventare il desiderio di tutti. Il mercato unico non è una risorsa naturale. Esiste perché qualcuno scrive regole, finanzia istituzioni, sorveglia la concorrenza e accetta compromessi. Ma non può diventare il progetto di tutti: se ogni Paese volesse essere l’Islanda o la Norvegia, l’Europa avrebbe molti beneficiari e nessuno disposto a governarla.

I Paesi membri non sono parassiti: pagano e rispettano obblighi. La tenuta del mercato è possibile soltanto perché un centro politico continua a mantenere la casa. Un’Europa di soli utenti avrebbe molti clienti e nessun cittadino. Bruxelles dovrebbe rendere visibile il dividendo politico dell’appartenenza. Difesa, sicurezza energetica, tecnologie strategiche e assicurazione contro le crisi devono mostrare che decidere insieme offre protezioni impossibili da comprare separatamente. E il voto europeo deve produrre un potere riconoscibile: i cittadini devono sapere chi governa e come mandarlo a casa.

A ogni livello di integrazione dovrebbero corrispondere accesso, obblighi, contributi, voce e solidarietà espliciti. Un bilancio annuale dovrebbe dire a membri e associati quanto ricevono dal mercato, quali regole applicano, quanto contribuiscono e quanto contano nelle decisioni. Ciò che resta invisibile viene dato per scontato; ciò che appare soltanto come vincolo diventa facile da rifiutare.

L’Europa tornerà desiderabile quando saprà dimostrare che decidere insieme non rende ciascuno meno libero, ma tutti meno piccoli e molto più importanti!