Ceuta, Sanchez “assolve” il Marocco e accusa: “La crisi di luglio causata da fake news diffuse da reti russe e israeliane”. Tel Aviv: “Menzogne”
Un mese dopo l’ondata migratoria a Ceuta, Pedro Sánchez tende una mano al Marocco su quanto accaduto alla fine di luglio nell’exclave spagnola in Nord Africa. “Ci sono state reti russe e israeliane che hanno diffuso una menzogna” dando a intendere che “se si entrava a nuoto nella città autonoma, era impossibile il respingimento alla frontiera, cosa che non è vera”, ha detto il premier spagnolo in un’intervista a radio Cadena Ser. “È stata travisata una sentenza del Tribunale Supremo che è stata diffusa nelle reti social attraverso false notizie di disinformazione, anche mediante organizzazioni criminali”, ha proseguito il capo della Moncloa parlando del pronunciamento dell’8 agosto che impediva di respingere i migranti minori giunti via mare nell’exclave in mancanza di barriere frontaliere. Sánchez ha quindi associato la disinformazione a “un’internazionale dell’ultradestra che utilizza sempre la migrazione non solo per attaccare la Spagna ma anche l’Europa, e dividerla”.
La prima risposta è arrivata da Tel Aviv. “Il premier Sanchez sta mentendo spudoratamente – ha replicato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sàar -. Nella sua intervista odierna a Cadena Ser, ha mentito di nuovo, accusando sorprendentemente Israele di diffondere false informazioni sugli eventi di Ceuta. Questa è una menzogna bella e buona. Continuare a diffondere menzogne diffamatorie non distoglierà l’attenzione dal vergognoso fallimento di Sanchez nella gestione degli affari del suo Paese”, ha scritto Sàar su X.
“Il 30 e il 31 luglio sono entrati nella città autonoma di Ceuta intorno a 70.000 persone, delle quali 9 su 10 tornate in Marocco. Resterebbero 5.000 persone, delle quali 1.500 minorenni. Ora la sfida è che per poter identificarle, fare i triage e procedere ai ritorni o anche alle risoluzioni delle richieste di asilo dobbiamo ri-ubicarli” in centri di accoglienza temporanea, ha detto Sánchez, spiegando che i 500 posti di accoglienza per migranti presenti a Ceuta prima della crisi migratoria sono stati ampliati a 3.300 e “grazie all’accordo chiuso venerdì con la città autonoma saranno portati a 6.000”.
“Continuiamo a indagare” sulle cause della crisi, ha proseguito il premier spagnolo, escludendo ogni responsabilità, “in un modo o nell’altro”, di un intervento delle autorità marocchine nel rilassamento dei controlli alle frontiere per la crisi di fine luglio. “Nessun servizio di intelligence con cui il governo spagnolo collabora abitualmente ha sollevato il minimo dubbio, o meglio, alcun dubbio in assoluto, riguardo alla partecipazione, in un modo o nell’altro, delle autorità marocchine”, ha detto Sánchez, assicurando che “nei giorni precedenti l’ingresso in massa di immigranti a Ceuta” ci sono state “diverse riunioni” fra le autorità ceutine e l’Amministrazione generale dello Stato guidata dal delegato del governo a Ceuta, perché “ciò che continuava ad essere abituale erano gli arrivi a nuoto” di migranti a Ceuta, “che erano aumentati, ma non in maniera significativa”. Il premier ha aggiunto che il Centro nazionale di intelligence “ha condiviso le informazioni della situazione, come anche la polizia nazionale”, ma “non c’è stata nessuna informazione che segnalava la dimensione della crisi che avremmo subito il 30 e il 31 luglio”.
Sanchez sembra non voler aprire un nuovo fronte con Rabat. Il Marocco resta un interlocutore essenziale per i rimpatri e per il controllo della frontiera meridionale dell’Europa. Attribuire alle autorità marocchine la responsabilità dell’ondata migratoria rischierebbe di compromettere la cooperazione. Resta però un interrogativo: se la disinformazione può contribuire a spingere migliaia di persone verso la frontiera, rimane da chiarire come sia stato possibile che 70.000 persone abbiano raggiunto e attraversato in due giorni una delle frontiere più controllate del continente senza che le autorità marocchine riuscissero a contenerle. Una prudenza ancor più significativa alla luce del precedente del 2021, quando nel pieno di una crisi diplomatica con la Spagna un improvviso allentamento dei controlli dal lato marocchino consentì l’ingresso a Ceuta di migliaia di persone.
Sánchez ha quindi fatto appello alla solidarietà europea per far fronte alla crisi migratoria nelle exclavi spagnole alla frontiera sud in Nord Africa e ha ricordato che durante quella “a Lampedusa, la Spagna ha accolto i migranti che arrivarono” in territorio italiano. “L’Europa deve essere solidale a Lampedusa, in Groenlandia e a Ceuta o alle Canarie”, ha dichiarato Sánchez. “Abbiamo bisogno della solidarietà dei Paesi centroeuropei e del Nord d’Europa”, ha aggiunto, poche ore prima che il governo Meloni prorogasse di altri 15 giorni la sospensione degli accordi di Schengen decisa a fine luglio nei giorni della crisi di Ceuta.
“Perché nel caso della Spagna non c’è stata la solidarietà compatta dei Paesi Ue?”, ha domandato Sánchez. “Perché abbiamo un governo di coalizione progressista? O perché abbiamo una posizione rispetto a Gaza e ad altre questioni?”, ha aggiunto. Il premier si è riferito nuovamente alla “disinformazione” sulle reti social che, a suo giudizio, è stata determinante per gli afflussi di migranti in massa a Ceuta e Melilla a fine luglio. “Se Russia e Israele si mettono a disinformare su questa questione, sarà perché li preoccupa la migrazione in Spagna o perché ciò che li preoccupa è la posizione internazionale in Europa?”, ha sottolineato Sánchez, nell’indicare che l’obiettivo della disinformazione sarebbe quello di indebolire l’Ue nel suo complesso.
Dietro questa prudenza nei confronti di Rabat c’è però anche una questione geopolitica più profonda: il Sahara Occidentale. Nel 2022 il governo Sánchez ha compiuto una svolta nella tradizionale posizione spagnola, sostenendo il piano di autonomia proposto dal Marocco come la base “più seria, credibile e realistica” per una soluzione del conflitto. Una scelta che ha consentito di ricucire i rapporti con Rabat, ma ha provocato una grave crisi con l’Algeria, storica sostenitrice del Fronte Polisario. Da allora la cooperazione con il Marocco è diventata uno dei pilastri della strategia spagnola sul controllo delle frontiere, insieme alla collaborazione in materia di sicurezza e lotta alle reti criminali. Accusare oggi Rabat di aver deliberatamente lasciato passare decine di migliaia di migranti significherebbe quindi mettere in discussione l’intera architettura diplomatica costruita da Sánchez dopo la svolta sul Sahara.
In questo equilibrio si inserisce anche l’annuncio di Sánchez sulla prevista visita di re Felipe VI a Ceuta e Melilla. “Credo che ci siano gli argomenti e i motivi perché il capo dello Stato visiti finalmente Ceuta e Melilla: ne ho parlato con il capo dello Stato ed è quello che si farà”, ha detto il premier, precisando che il viaggio avverrà “quando ci saranno le condizioni”. Anche questo annuncio sembra riflettere la doppia strategia della Moncloa. Da una parte Sánchez evita di attribuire al Marocco la responsabilità dell’ondata migratoria e insiste sulla necessità di preservare la cooperazione. Dall’altra, la visita del re avrebbe un forte valore simbolico, riaffermando che Ceuta e Melilla sono parte integrante del territorio spagnolo. Una visita di Felipe VI avrebbe un significato politico e diplomatico nei confronti del Marocco, che continua a rivendicare Ceuta e Melilla. La linea di Madrid sembra dunque essere quella di tenere insieme i due messaggi: non trasformare la crisi migratoria in uno scontro con Rabat, ma riaffermare al tempo stesso che sulla sovranità spagnola sulle due città non vi sono negoziati possibili.
La situazione a Ceuta, intanto, rimane complessa. La ministra della Gioventù e dell’Infanzia, Sira Rego, ha stimato in 1.478 i minori migranti finora identificati nell’exclave, “attualmente nei sistemi di protezione della città autonoma” ospitati “nei centri che dipendono direttamente” dall’amministrazione locale. Nel riferire oggi in commissione al Congresso sulla crisi migratoria, Rego ha avvertito sul “cambio del profilo migratorio dei minori non accompagnati” entrati a Ceuta, dove sono “già identificate 700 bambine e adolescenti e molti minori di 13 anni”. La ministra ha ribadito l’intenzione dell’esecutivo di trasferire circa 500 minorenni vulnerabili in regioni della penisola – in base all’articolo 35 della legge degli Stranieri – in strutture gestite da enti per l’accoglienza dei migranti, ma mantenendo la tutela legale della città di Ceuta. E ha fatto appello alle regioni dove Vox governa in coalizione con il Partito Popolare, che si oppongono ai trasferimenti, a “rimboccarsi le maniche” e “cooperare per cercare di disinfiammare con la massima rapidità la tensione” sociale “che c’è a Ceuta in questo momento”.
Intanto scontri fra migranti si sono verificati questa mattina nell’enclave, nel quartiere di Loma Colmenar, dopo l’ingresso di centinaia di persone di origini magrebine, rimaste accampate in strada nelle ultime settimane, in una tensostruttura di accoglienza allestita dal governo. Secondo fonti della polizia l’incidente è stato provocato dall’afflusso in massa di migranti che hanno scavalcato la fila di quanti erano già in attesa di entrare. La polizia è intervenuta con un ampio spiegamento di forze, e gli agenti hanno sparato in aria colpi di arma da fuoco a scopo dissuasorio. Successivamente, gli agenti sono intervenuti per sgomberare l’area.