Troppo vicini a Trump per difendere la loro giudice: il Giappone non replica alle sanzioni Usa contro la presidente della Cpi Akane Tomoko
Neanche l’attacco frontale del governo statunitense nei confronti della giudice e presidente della Corte Penale Internazionale, Akane Tomoko, ha stimolato uno scatto d’orgoglio nazionale in Giappone. Sia il segretario di Gabinetto, Kihara Minoru, sia la prima ministra, Takaichi Sanae, giorni fa si sono espressi cautamente sul tema, rispettivamente con: “Il governo sta considerando la faccenda dal suo interno” e “queste sanzioni sono un vero peccato”.
La giudice giapponese è la prima donna nipponica ad essere stata eletta presidente di una istituzione internazionale di grande rilievo come la Corte Penale Internazionale e recentemente sanzionata dal governo Trump che accusa lei e il tribunale con sede all’Aia di ledere la sovranità degli Stati. Nata a Nagoya nel 1955, Tomoko ha intrapreso la carriera forense in un’epoca in cui le opportunità professionali per le donne giapponesi erano limitate, diventando pubblico ministero nel 1982. In seguito è cresciuta all’interno del Ministero della Giustizia occupandosi di cooperazione giuridica internazionale con la carica di Ambasciatrice del Giappone. In seguito è direttrice dell’Istituto delle Nazioni Unite per l’Asia e l’Estremo Oriente per la prevenzione del crimine e il trattamento dei detenuti (UNAFEI). Eletta membro della Corte penale internazionale nel 2017, inizia il mandato di nove anni come giudice istruttore alla Camera preliminare I, dove ha valutato le prove e deciso se autorizzare o meno indagini approfondite su presunti crimini di guerra.
Nel marzo 2023 è stata una dei tre giudici a emettere il mandato di arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per la deportazione illegale di bambini ucraini. A quel punto Mosca ha inserito la signora Akane nella propria lista dei ricercati avviando un procedimento penale a suo carico. Molto stimata come giudice, nota per la sua risolutezza senza compromessi nel garantire che i responsabili di crimini internazionali rispondano delle loro azioni, Akane è stata infine eletta presidente della Corte penale internazionale nel 2024.
In questo caldo agosto, anni dopo essere stata presa di punta dalla Russia, Akane Tomoko si è ritrovata anche nel mirino di Washington, diventando così un simbolo sempre più importante della Cpi. Non è una novità che gli Stati Uniti siano contro l’autorità della Corte, di cui non sono mai stati membri firmatari. Già lo scorso anno avevano cercato di indebolirla imponendo sanzioni a diversi procuratori e giudici dopo i mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex capo della difesa Yoav Gallant per le azioni compiute a Gaza, oltre che per una precedente indagine sulle truppe statunitensi in Afghanistan. Nella dichiarazione in cui annunciava le attuali sanzioni, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha definito il tribunale “corrotto e irrimediabilmente politicizzato” e ha denunciato quello che ha definito “il suo attacco alla sovranità degli Stati”.
Con il congelamento dei beni emesso dagli Usa, Akane Tomoko e il collega avvocato senegalese Abdoulaye Seye non possono entrare negli Stati Uniti, vengono privati dell’accesso a qualsiasi bene di loro proprietà soggetto alla giurisdizione statunitense e, in generale, persone fisiche e società statunitensi non possono effettuare transazioni con loro.
Il Giappone avrebbe un ruolo fondamentale da svolgere per tutelare la CPI e la presidente Akane Tomoko, difendendo così un sistema di giustizia internazionale che ha contribuito a creare oltre 20 anni fa. Tuttavia, il governo Takaichi non ha preso una posizione netta a difesa della Corte. A causa della vicinanza ideologica a Trump e alla dipendenza da Washington, sta privilegiando una diplomazia discreta e ambigua. Ma qualcosa si sta muovendo tra gli attivisti giapponesi e di altre nazionalità. Venerdì scorso è stata indetta una manifestazione davanti all’Ambasciata degli Stati Uniti a Tokyo a cui, oltre alla cittadinanza, hanno partecipato l’Associazione dei laureati dell’Accademia di Difesa Nazionale contro il genocidio e la Rete contro il commercio di armi con il Giappone (NAJAT) . A seguito delle numerose proteste, la prima ministra Takaichi sembra essersi risvegliata e proprio oggi ha affermato: “Tokyo ha esercitato pressioni sugli Stati Uniti a vari livelli fino all’ultimo momento, affinché non sottoponessero Akane a sanzioni. Seguiremo da vicino la situazione e adotteremo le misure necessarie al momento opportuno”. La giudice Akane nel frattempo afferma con decisione: “Non vi è assolutamente alcun motivo per cui io debba essere sanzionata. Non è vero che la Cpi abbia abusato del cosiddetto diritto internazionale per privare Stati indipendenti della loro sovranità, né che io abbia preso parte a tali azioni”.