Il mondo FQ

Il Basquiat di tutti (e di nessuno): Rusic, Cecchi Gori e l’avvocato Nappi si contendono un quadro forse già venduto

Il capolavoro sparito per 15 anni e ricomparso pochi giorni fa, sarebbe già stato rivenduto. Ma su chi ne fosse il legittimo proprietario si scontrano tre versioni opposte. Oggi parla la ex moglie del produttore cinematografico: "Wine of Babylon è mio, 27 anni di cause dopo una separazione per violenze"
Il Basquiat di tutti (e di nessuno): Rusic, Cecchi Gori e l’avvocato Nappi si contendono un quadro forse già venduto
Icona dei commenti Commenti

Un capolavoro da venti milioni di euro, tre persone che ne rivendicano la proprietà l’una contro le altre, e la sensazione sempre più netta che comunque vada quel quadro non lo vedrà mai più nessuno. È la bagarre di Wine of Babylon, il Basquiat di Vittorio Cecchi Gori, attorno a cui nelle ultime ore si sono materializzati tutti e tre i contendenti — Cecchi Gori appunto, l’ex moglie Rita Rusic e l’avvocato Giovanni Nappi — ciascuno a spiegare perché il quadro sia suo e solo suo. Insomma, il quadro si complica.

Riavvolgendo il nastro: Wine of Babylon è un Basquiat del 1984, comprato da Cecchi Gori a New York nel 1998 per 330mila dollari. Sparisce durante la lunga guerra di separazione con Rusic — lui la denuncia per essersene appropriata, ma nel 2014 il tribunale penale di Roma la assolve: tra coniugi separati il fatto non è reato. Nel 2010, prima ancora di quell’assoluzione, Cecchi Gori — travolto dai debiti — cede l’opera al suo avvocato storico, Nappi, per saldare due milioni di euro di parcelle mai pagate. Da lì partono quindici anni di cause su due continenti, mentre il quadro resta introvabile. Nel 2024 Nappi mette una taglia da un milione di dollari per chi lo faccia ritrovare. Pochi giorni fa arriva la notizia: il quadro è riemerso, sarebbe stato tenuto in un deposito americano — secondo i nostri riscontri a Miami, non a Los Angeles come scritto altrove — e, per quanto risulta, sarebbe già stato rivenduto a un acquirente straniero.

È qui che la storia si riapre. Rita Rusic rompe il silenzio e nega che il quadro sia di Nappi. “Vorrei precisare che l’avvocato non è il proprietario del dipinto”, dichiara a LaPresse, citando una sentenza del Tribunale di Roma del 19 dicembre 2024 che avrebbe respinto l’azione di rivendica di Nappi — con 210mila euro di spese a suo carico — stabilendo che Cecchi Gori “non è mai stato proprietario” dell’opera: quindi non poteva cederla nel 2010.

“Il quadro l’ho scelto e comprato io a New York con i miei figli, la fattura è firmata da me, è stato spedito a casa mia a Roma”, sostiene, richiamando anche un precedente del 2006 in cui il tribunale dichiarò inammissibile una richiesta di restituzione dell’ex marito. Contesta pure il ritrovamento: se fosse vero, dice, ne avrebbe dovuto avere notizia diretta dagli inquirenti, visto che è lei stessa indagata nell’inchiesta penale sulla sparizione del quadro e la richiesta di rinvio a giudizio — con tre capi d’imputazione (tentata estorsione, autoriciclaggio, inosservanza di un provvedimento del giudice) — è attesa proprio a settembre-ottobre. Restano “ignoti” eventuali concorrenti che l’avrebbero aiutata a portare il quadro fuori dall’Italia, ma per ora il fascicolo pende solo su di lei. Eppure ribalta il quadro, accusando Nappi e Cecchi Gori di una persecuzione legale durata 27 anni, “perché mi sono separata per colpa sua”. “Sono anni che, in silenzio, subisco qualunque tipo di azione legale, rispondendo solo con le carte nelle sedi competenti. Ho sempre sostenuto di essere l’unica e indiscussa proprietaria del capolavoro di Basquiat. Se non fossi stata una donna che si è separata, come precisato dal Tribunale di Roma, per colpa del coniuge per violenza, non avrei subito tutto questo” sottolinea la Rusic.

Sul fronte opposto, si era mosso per primo l’avvocato di Cecchi Gori, Gianfranco Passalacqua, con una richiesta di rettifica inviata anche alla nostra redazione: la cessione del 2010 a Nappi, sostiene, è tutt’altro che definitiva. La sentenza che la riconosceva, la 1230/2024, avrebbe l’esecutività sospesa da un’ordinanza della Corte d’appello di Roma del 28 marzo 2024, tuttora in vigore, con l’udienza di merito fissata solo per gennaio 2027. Fino ad allora, scrive, i diritti sull’opera restano “riferibili” a Cecchi Gori.

Nappi replica punto per punto. Sostiene che la sentenza 2981/2024 — l’altra citata nella vicenda — sia ormai passata in giudicato, quindi definitiva, e a lui favorevole. Sulla 1230/2024 ammette l’impugnazione pendente, ma dice che la sospensione riguardi solo le spese legali, non la proprietà: lettura opposta a quella di Passalacqua. E liquida come “cazzate” — testuale — qualunque legame tra il quadro e il pignoramento di cui si è fatto avanti un creditore, che sostiene di avere nei suoi confronti un titolo americano riconosciuto in Italia e si è detto sorpreso che l’opera fosse stata ceduta nelle more di quel vincolo.

Il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei carabinieri, che ha collaborato alle indagini condotte dalla Procura di Roma sulla sparizione dell’opera, interpellato da questo giornale, non ha voluto commentare – comprensibilmente – visto che l’inchiesta è ancora in corso. Ma la vicenda, a prescindere da qualunque commento ufficiale, solleva più di un dubbio.

Il quadro risulta ancora segnalato come rubato nella banca dati Interpol, e nessun canale legittimo potrebbe trattarlo finché quella scheda resta attiva, indipendentemente da chi ne rivendichi la proprietà. È inoltre oggetto di un’indagine penale in corso, con richiesta di rinvio a giudizio attesa a settembre-ottobre: anche senza un sequestro formale, è prova primaria dei fatti contestati, e la sua dispersione potrebbe complicare l’accertamento. E se il pignoramento riconosciuto in Italia a favore del creditore statunitense fosse reale, per l’articolo 2913 del codice civile qualunque vendita sarebbe comunque inefficace nei confronti del creditore pignorante — e se fatta sapendo del vincolo per sottrarglielo, apre profili penali per chi vende. Difficile, insomma, capire come una cessione possa dirsi già conclusa e incassata. Tre parti, tre ricostruzioni opposte, e un quadro che forse non esiste già più nella disponibilità di nessuno dei tre.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione