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Vuoto per pieno: ricordando Mauro nella bellezza improbabile della 106 ionica

Parlavamo spesso del selvaggio della Calabria e del paradosso della comodità del disordine. Sembra la stessa cosa che avviene in redazione, da quando abbiamo 'ritirato' il suo posto
Vuoto per pieno: ricordando Mauro nella bellezza improbabile della 106 ionica
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Chissà cosa avrebbe detto Mauro: cinque parole, ciò che rimane, un faro. Che si è acceso molte volte negli ultimi 12 mesi: quando bisognava risolvere un’impasse, quando c’era bisogno di una visione alternativa o semplicemente per rimettere al loro posto concetti semplici che si erano accartocciati nel groviglio di dinamiche e pensieri. Sì, la semplicità è un concetto complesso, spesso sintesi di spunti affastellati. E allora diciamola semplice, o almeno proviamoci; ci sono persone che quando se ne vanno lasciano un bene inestimabile: il loro modo luminoso di vedere e affrontare le cose della vita.

Quando il 2 agosto 2025 ci siamo trovati a dover raccontare quel vuoto, mi colpì moltissimo ciò che scrisse Diego Pretini: “Il cielo di Mauro sembrava sempre sgombro di nubi, sul mare una rotta chiara, davanti una mappa senza scarabocchi. Ne cercheremo un frammento in tasca“. Non so se abbiamo trovato questi frammenti, di certo la sua assenza è stata una presenza fissa sia nei momenti di difficoltà come in quelli di cazzeggio spinto, nelle discussioni e nelle fasi di sconforto. Pensare a lui e a “ciò che avrebbe detto Mauro” è stata una risorsa, una via di fuga, l’aiuto da casa quando le ombre si addensano. Un faro.

Cosa c’entri questa sensazione con la statale 106 ionica forse è un inceppo ormai risolto. Nella sua (mai conclusa) teoria della stratificazione della memoria, Sigmund Freud ipotizzava che certi ricordi – specie se traumatici – non si cancellano completamente, bensì si riorganizzano nelle fasi successive dell’esistenza: sono ferite rimarginate male, lasciano cicatrici nella mente, che spesso si ripropongono nel presente con comportamenti e reazioni per noi apparentemente inspiegabili. Serve però un innesco. Per me l’innesco è statale 106 ionica, sono quelle lacrime versate di nuovo, quasi senza accorgermene, a distanza di un anno. Sono un insieme di certezze e contraddizioni, di quella strada che parte dal paesaggio post moderno dell’ex Ilva e arriva al mare della Calabria, dall’inferno al paradiso (dei vinti), tra baracchini che vendono peperoncini e cipolle rosse, case senza intonaco, gomme bruciate a bordo strada e terra brulla, dura ma orgogliosa.

Con Mauro parlavamo spesso di questo aspetto della Calabria, di quel selvaggio che diventa personale necessità e del paradosso della comodità del disordine. Ne parlavamo prima e dopo le mie ferie, ogni anno. E anche oggi, perché la verità è che ne stiamo parlando adesso come se nulla fosse accaduto. Sembra la stessa cosa che avviene in redazione. È successo un fatto strano. Ci sono squadre che decidono di ritirare la maglia di un campione iconico della loro storia, di non riassegnare mai più quel numero: la 10 di Maradona, la 3 di Facchetti… Noi è come se avessimo ritirato il suo posto: lì non si è mai più seduto nessuno, ci sono ancora cose di Mauro. Non ci siamo organizzati: è stato come un processo inconscio, come voler celebrare un’assenza o forse illuderci che il suo turno non sia ancora iniziato. Vuoto per pieno. È una rappresentazione della cicatrice collettiva? “Chissà cosa avrebbe detto Mauro”.

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