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L’arte di andare a funghi per trovare anche se stessi: lo zen di Matteo Righetto

Il fungo trovato è un felice incidente, non il fine per cui ci si inoltra nel bosco
L’arte di andare a funghi per trovare anche se stessi: lo zen di Matteo Righetto
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Il titolo del libro è Lo zen e l’arte di andare a funghi. Non “Lo zen e l’arte di andare per funghi”. Sto parlando dell’ultima fatica di Matteo Righetto. Se ci pensate la differenza non è di poco conto. Un conto (scusate il bisticcio di parole) è “andare a” e un altro è “andare per”. Nel primo caso c’è un moto, nel secondo uno scopo. E l’insegnamento del libro, o meglio, del manuale è appunto quello di imparare a muoversi nei boschi (ogni bosco è diverso, è un luogo “magico” e fra tutti i luoghi magici io amo le faggete, ma la mia preferenza esula da questo contesto) senza meta e in qualche modo riscoprendo anche la nostra natura ancestrale, posto che i primi uomini furono cacciatori e raccoglitori. “Cercare funghi significa recuperare un linguaggio arcaico che la civiltà della frammentazione temporale e della simultaneità ha dimenticato; quello dell’attenzione totale, assoluta. Nessuna distrazione, nessun rumore antropico o artificiale, nessun bisogno di sedia, schermo, notifica o interazione tecnologica. Solo noi stessi, il nostro respiro, l’aria fresca, le fronde degli alberi sopra le nostre teste, il terreno vivo sotto i nostri piedi, e il mistero del bosco.”

Dopodiché il fungo trovato è un felice incidente, non il fine per cui ci si inoltra nel bosco, che invece costituisce l’unico scopo del fungaiolo (altra categoria rispetto a chi va a funghi).

Forse non c’entra molto ma consentitemi di tracciare un parallelo tra il libro di Righetto ed altri tre saggi. Uno non può non essere Camminare di Henry David Thoreau, con il suo allontanarsi dal mondo alienante costruito dagli uomini, per immergersi nella Natura selvaggia. Il secondo è Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen, un cammino alla ricerca (senza successo) del mitico felino. Il terzo è Senza mai arrivare in cima di Paolo Cognetti, il racconto di un viaggio in Himalaya, in occasione dei suoi quarant’anni. Ecco, in tutti non vi è la conquista, ma l’occasione per fare un viaggio interiore.

Tornando al saggio di Righetto, esso è la continuazione ideale del libro precedente Il richiamo della montagna ed ambedue pongono le premesse per un’opera visiva, un film, “Per silenzio e vento”, scritto e interpretato dall’autore, che sarà in sala a settembre nell’ambito del Trento Film Festival.

In ultimo, un’affermazione tra le tante dell’opera in cui mi ritrovo totalmente: “La felicità nasce da ciò che togli, non da ciò che aggiungi”. E questo vale ad ogni livello: dall’universale al particolare. Grazie Matteo.

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