Il mondo FQ

Basta slogan su Roggero! La grazia non è uno strumento del governo né corregge sentenze

La separazione dei poteri non è un principio astratto: è la condizione concreta affinché la giustizia non diventi politica e la politica non pretenda di amministrare la giustizia
Basta slogan su Roggero! La grazia non è uno strumento del governo né corregge sentenze
Icona dei commenti Commenti

In uno Stato costituzionale c’è un confine che non dovrebbe mai essere oltrepassato: quello che separa il diritto dalla convenienza politica. Eppure, nel dibattito sulla possibile concessione della grazia a Mario Roggero, quel confine sembra essere diventato sempre più sottile, fino quasi a scomparire. Non è tanto il merito della vicenda a destare preoccupazione, quanto il metodo. Perché quando un istituto straordinario come la grazia viene trascinato sul terreno dello scontro politico, il danno rischia di andare ben oltre il singolo caso.

L’apertura dell’istruttoria da parte del Ministero della Giustizia in un momento in cui, tra l’altro, le motivazioni della sentenza definitiva, emessa dalla Corte di Cassazione, non risultavano ancora depositate, ha inevitabilmente alimentato interrogativi di natura istituzionale. Non perché il ministro sia privo del potere di avviare gli accertamenti preliminari, ma perché tempi e contesto incidono sul significato politico degli atti. Se, nello stesso momento, esponenti della maggioranza, capigruppo parlamentari e dirigenti di partito sollecitano pubblicamente l’avvio della procedura, la grazia finisce per apparire come la risposta alle pressioni della politica, anziché come l’esito di una rigorosa valutazione costituzionale.

Ed è proprio questo il punto che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore l’equilibrio dei poteri. La grazia non è uno strumento di governo. Non è una valvola di sfogo delle tensioni politiche. Non serve a correggere sentenze che una parte dell’opinione pubblica considera ingiuste, né a soddisfare campagne mediatiche costruite attorno a casi simbolici. La Corte costituzionale lo ha affermato con estrema chiarezza. La grazia è un provvedimento individuale, eccezionale, destinato a rispondere ad esigenze di umanità, equità e ad altri interessi costituzionalmente rilevanti, che rendano sproporzionata, nel caso concreto, l’ulteriore esecuzione della pena. Non rappresenta una nuova fase del processo, non costituisce una revisione della decisione giudiziaria e, soprattutto, non può trasformarsi in uno strumento di politica criminale.

La circostanza che astrattamente ricorrano i presupposti per concederla, non significa che debba essere concessa, poiché, a tal fine, è necessario verificare una serie di elementi, che vanno al di là della gravità del reato o dello stato psicologico del condannato.
Per questa ragione l’istruttoria richiede prudenza, completezza e distanza dal rumore della politica. Devono essere valutati il percorso personale del condannato, le condizioni soggettive, gli aspetti umanitari ed ogni circostanza concreta rilevante. Tutto ciò presuppone un quadro istruttorio completo, non una corsa dettata dalle dichiarazioni dei leader politici o dall’urgenza di offrire una risposta simbolica al proprio elettorato.

In questo quadro assume particolare rilievo il ruolo del Presidente della Repubblica. L’articolo 87 della Costituzione attribuisce esclusivamente al Capo dello Stato il potere di concedere la grazia proprio perché tale decisione sia sottratta alle oscillazioni della maggioranza politica. È una scelta che appartiene alla logica delle garanzie costituzionali: la clemenza viene affidata a un organo di equilibrio, non a chi partecipa quotidianamente allo scontro politico. Ogni tentativo di anticipare, orientare o condizionare quella decisione attraverso iniziative parlamentari, campagne mediatiche o dichiarazioni di esponenti di governo, finisce per alterare il senso stesso dell’istituto.

Se ciò accadesse, la grazia smetterebbe di essere un atto di alta amministrazione costituzionale e diventerebbe un terreno di competizione politica. Ed è esattamente il contrario di ciò che il Costituente aveva immaginato.

Non meno problematico è il messaggio che viene trasmesso ai cittadini. Se la grazia appare come il prodotto delle mobilitazioni politiche, prende corpo l’idea che il diritto possa essere piegato alla forza del consenso. Che basti costruire un caso mediatico sufficientemente rumoroso perché si apra una corsia preferenziale. È una percezione devastante per la credibilità delle istituzioni, perché alimenta la convinzione che le regole non siano uguali per tutti, ma dipendano dalla capacità di esercitare pressione sul potere.

Le istituzioni repubblicane funzionano, invece, proprio quando resistono alle convenienze del momento. La separazione dei poteri non è un principio astratto da evocare nei convegni di diritto costituzionale: è la condizione concreta affinché la giustizia non diventi politica e la politica non pretenda di amministrare la giustizia. Trasformare la grazia in uno slogan identitario significa svuotarla della sua funzione costituzionale. Significa indebolire l’autonomia della giurisdizione, esporre il Presidente della Repubblica a indebite aspettative politiche e creare un precedente destinato a ripresentarsi ogni volta che una vicenda giudiziaria diventerà terreno di scontro tra partiti.

Le sentenze si discutono nelle sedi processuali previste dall’ordinamento. La grazia si valuta, eventualmente, alla luce dei principi fissati dalla Costituzione e dalla giurisprudenza costituzionale, non sulla base dei sondaggi, delle conferenze stampa o delle esigenze della propaganda. Ogni altra strada rappresenta un cortocircuito istituzionale che uno Stato di diritto non può permettersi.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione