Ti ricordi… il 10 luglio 2006: la corsa in edicola, i giornali da conservare e il Circo Massimo in festa per un Mondiale che segnò l’inizio della fine
La sveglia che suona, interrompe un sonno pesante ma l’impegno è di quelli seri: “Andare in edicola per non restare senza”. E alzarsi costi quel che costi, magari con l’aiuto di un analgesico che la sera prima qualche birretta è andata giù. Raggiungere l’edicola più improbabile, o quella dell’amico che sicuramente ha pensato a noi, perché quella copertina va incorniciata. Già, perché lo sappiamo tutti quel che accaduto vent’anni e un giorno fa, inutile citare il rigore di Grosso, Materazzi che vola, la traversa di Berlino che trema ancora di fronte al rigore di Trezeguet, Cannavaro che alza la Coppa e la festa… ma del giorno dopo?
Chi lo ricorda il giorno dopo quella gioia che oggi ricordare è così crudele? Il sole cocente del risveglio, le edicole prese d’assalto, gli universitari che chiedono clemenza ai professori in sessioni d’esami fissate senza prevedere che manuali di diritto, di anatomia e le scienze in generale avevano lasciato il campo nei giorni precedenti a sacre scritture, talismani e quant’altro. Tanti quelle sessioni le saltano, altri no, eroici, da medaglia pure loro come quelli che alle 18:30 atterrano all’aeroporto militare di Pratica di Mare. Ma prima c’è da fare incetta di carta: la Gazzetta dello Sport esce nelle prime ore del mattino con un titolo destinato a rimanere scolpito nella storia della stampa italiana: “TUTTO VERO! Campioni del Mondo“.
Il Corriere dello Sport risponde urlando un secco “Campioni del Mondo!” , Libero ha in copertina una caricatura di Gattuso con un topo in maglia francese e titola “Camerieri, Champagne!”, in risposta alla Bild che qualche giorno prima della semifinale contro la Germania aveva scritto di “italiani bravi a fare i camerieri”. Ottenuto il trofeo cartaceo in un modo o nell’altro gli occhi sono sull’aereo azzurro: quando il portellone dell’aereo si apre, appare Fabio Cannavaro con la Coppa del Mondo stretta orgogliosamente tra le mani, seguito a ruota da un Marcello Lippi parzialmente nascosto dall’immancabile sigaro e dagli occhiali scuri. Nel cielo, quasi a sancire la sacralità del momento, le Frecce Tricolori squarciano l’aria disegnando una gigantesca bandiera sopra le teste dei campioni. È il via ufficiale alla seconda parte della festa, quella istituzionale, che si trasformerà in pochissimo tempo in un meraviglioso caos incontrollabile.
Gli Azzurri salgono su due pullman scoperti puntando dritti verso il cuore della Capitale. Quel viaggio di pochi chilometri si trasforma in un autentico corteo infinito. Migliaia di auto e motorini scortano il mezzo a passo d’uomo, i balconi dei palazzi storici sono stipati fino all’inverosimile, la gente si arrampica sui semafori e sui monumenti pur di incrociare lo sguardo di un giocatore o di immortalare la coppa. All’arrivo a Palazzo Chigi, il Premier Romano Prodi accoglie la squadra ringraziandola ufficialmente: “Grazie per aver ridato al calcio nazionale la dignità che merita”, dice il Presidente del Consiglio, con un chiaro e inevitabile riferimento alla tempesta giudiziaria di Calciopoli che agita i tribunali proprio in quei giorni. Ma i giocatori guardano già altrove: sanno che la vera, grande arena popolare li sta aspettando poco più in là.
L’apoteosi definitiva si consuma quando le prime ombre del tramonto avvolgono Roma. Oltre 700mila persone si sono radunate nell’antica e sterminata arena del Circo Massimo, dando vita a una marea umana tinta d’azzurro che aspetta sotto il sole cocente fin da mezzogiorno. A gestire il palco e l’energia pazzesca della piazza c’è un presentatore d’eccezione, un emozionatissimo Carlo Verdone. Quando alle 22:45 il pullman riesce finalmente a varcare l’ingresso dell’area, il regista romano urla al microfono una frase che rimarrà l’emblema di quella notte: “Ecco i gladiatori!”.
Da quel momento in poi saltano definitivamente tutti i rigidi schemi del protocollo. Ogni calciatore che mette piede sul palco viene investito da un boato tellurico. C’è Rino Gattuso che corre come un matto spruzzando champagne ovunque; c’è Alessandro Del Piero che, rimasto a torso nudo sulle transenne, canta a squarciagola insieme alla curva; c’è Francesco Totti con un cappello giallorosso che si “incorona” ironicamente davanti alla sua gente, e Gigi Buffon che quasi lancia il trofeo verso la folla, a indicare che quella vittoria appartiene a tutti. Il Circo Massimo si trasforma in una gigantesca discoteca a cielo aperto sulle note del tormentone che ha accompagnato l’intera spedizione in Germania: il leggendario “Po po po po po po” dei White Stripes. La serata si chiude a notte ormai inoltrata con le note storiche di “Azzurro” di Adriano Celentano, mentre la squadra si avvia al meritato riposo e l’Italia, sfinita e felice, realizza che il mondo, finalmente, parla italiano.
Poi, però, si spengono i riflettori. Passa un giorno, passa un anno, ne passano venti. E a guardarlo oggi, quel 10 luglio 2006, viene tristezza. Chi l’avrebbe mai detto a un tifoso stordito dai clacson in quella notte magica che stavamo firmando, in realtà, la fine della nostra storia? I ragazzi di allora sono uomini, i bimbi nati in quegli anni sono diventati maggiorenni senza aver mai visto, nemmeno per un secondo, l’Italia giocare una partita a eliminazione diretta in un Mondiale. Quella coppa alzata al cielo da Cannavaro, che ci sembrava l’inizio di una nuova era di dominio, era invece l’ultimo fotogramma di un film bellissimo e ormai d’annata. E allora sì, quel ricordo oggi è crudele. Quell’analgesico per il bel mal di testa di vent’anni fa non basta, né le casse di Maalox di Ligabue per un calcio italiano che non riesce a salire sul palco da vent’anni, chiuso in una realtà che neanche il peggior incubo provocato dalla peggior birra calda di cattiva qualità avrebbe generato vent’anni fa.